Vendemmia a Treviso, l'imprenditrice: «Voto Salvini, ma ho dovuto assumere 70 migranti»

Lo sfogo di Graziella Cescon, titolare dell’azienda vitivinicola di Roncadelle e presidente Fisar: «I nostrani? Vengono un giorno e vanno via. I richiedenti asilo unica risorsa, ma da formare»  

TREVISO. Graziella Cescon, una delle titolari dell’azienda vitivinicola Italo Cescon di Roncadelle non ha dubbi: senza profughi non si vendemmia. «Sì, eccome, ed è il secondo anno che facciamo questa scelta, direi obbligata».

Questione di costi?


«No, questione di necessità. Abbiamo bisogno di persone, e parecchie, in determinati periodi dell’anno, solo i richiedenti asilo sono disponibili».

Italiani? Ragazzi, disoccupati, qualche altro – passi il termine – “nostrano”?

«Da impazzire, vengono un giorno, poi non tornano più. I ragazzi poi... zero, nemmeno ci pensano. Forse sono meglio le ragazze. Spiace dirlo ma questa è la realtà. E noi cosa dovremmo fare? Ci siamo rivolti ai centri per l’impiego e ai centri di accoglienza».

Quanti ne avete assunti?

«Abbiamo venti richiedenti asilo che lavorano per noi tutto l’anno, e adesso ne abbiamo appena assunti altri 50 a tempo, per la vendemmia».

Solo voi avete assunto un quarto della ex caserma Zanusso?

«No, arrivano anche da altre due strutture di zona»

E come vi trovate, sul lavoro?

«La verità è che non è facile, sono impreparati, e spesso ci sono difficoltà di comunicazione dovute al fatto che studiano poco la lingua italiana, a mio avviso. Sul lavoro vanno formati e seguiti spendendo del tempo, ma non c’è alternativa».

Contratti regolari, a ribasso?

«Noi mettiamo in regola tutti, e in linea con le normative e i valori del settore. Ma tanto per chiarirle cosa facciamo pur di avere manodopera... siccome i migranti da Oderzo a qui non possono certo venire in bicicletta, li andiamo a prendere con il pullman e li riportiamo. VEda lei se anche questo non è un investimento...»

Però c’è chi dive stop ai migranti. Che ne pensa?

«Guardi che io ho votato Salvini, sono d’accordo con la sua linea politica, ma poi devo fare i conti con il territorio che non risponde e le necessità dell’impresa. E allora domando: in vigna chi ci viene a lavorare?».

Pare un controsenso, non trova?

«Ma è la realtà, i migranti stranieri oggi sono gli unici disponibili per determinati lavori, è una questione di volontà, non di altro. Solo loro rispondono alle necessità del settore. Certo i contratti sono a breve, non si guadagna certo molto, ma c’è chi preferisce il nulla, a qualcosa. Loro no, e le aziende devono andare avanti».

Ha provato a cercare anche italiani?

«Sono mesi che sto cercando qualcuno che segua la cantina, uve, passaggi, lavaggi e quant’altro. Ho cercato un italiano, non lo trovo. E non le sto a raccontare la fatica».

Il futuro del settore sono gli immigrati?

«Ad ora pare che sia questa la prospettiva. Se vogliamo un cambio di passo serve che chi fa le leggi venga un giorno qui, in vigna, o in fabbrica, a lavorare e gestire l’azienda, e capisca quanto la burocrazia oggi ostacola assunzioni e mercato del lavoro. Allora forse le cose potrebbero cambiare in meglio».

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