Lo sceriffo Gentilini e la “Pravda”, vent'anni di amore e odio con la tribuna

Treviso. Dalle panchine al processo per odio razziale: l’origine di un fenomeno raccontato dalla tribuna di Treviso

TREVISO. «La tribuna è stata una bella compagna di viaggio negli anni della mia amministrazione, e oltre. D’altronde è nato con il vostro giornale il soprannome “sceriffo”. È stata la tribuna a seguire passo dopo passo la mia storia politica. Abbiamo sempre avuto un rapporto di grande amicizia e collaborazione. Certo, non sono mancate le divergenze anche aspre, le litigate, ma anche le risate».

Giancarlo Gentilini omaggia così i 40 anni del nostro giornale, 20 dei quali a scandire la carriera del Gentilini sindaco e vicesindaco di Treviso. Uno sconosciuto legale di Cassamarca che, nel 1994, con la Prima repubblica travolta da Tangentopoli, la Balena Bianca spiaggiata, esce di botto dall’anonimato grazie all’intuito politico (o fattore c...) di Gian Paolo Gobbo, che lo sceglie come candidato sindaco della nascente Liga.



Non si era mai visto un personaggio del genere negli anni della Dc e dei socialisti a Ca’ Sugana e a palazzo dei Trecento; prima, la Treviso politica e amministrativa era formale, istituzionale. Poi arriva Gentilini, cappello d’alpino in testa, ex democristiano però “nostalgico” di quando c’era Lui. Al motto di “Dio, patria, famiglia”, battendo Aldo Tognana al ballottaggio, si insedia in municipio e cominciano subito le polemiche, clamorosa quella sulla pista ciclabile fuori norma di viale Vittorio Veneto, i frequenti siluramenti in giunta degli assessori non allineati, soprattutto di Forza Italia. Gentilini è il sindaco che non va mai in ferie se non il giorno del patrono della sua Vittorio Veneto, Santa Augusta; che d’estate non tollera l’aria condizionata né in auto blu (pardòn: verde), né in ufficio e infatti in pieno agosto ti riceve in canottiera e fascia Tricolore, mentre d’inverno tiene le finestre aperte gelando le segretarie.

«Sono sindaco operativo h24» dice, passando da un cantiere all’altro. Un sindaco e una Lega che però non amano affatto la stampa non compiacente. E infatti nasce subito un rapporto difficile con la tribuna, che però al tempo stesso crea il personaggio dello “sceriffo” grazie a quello che in gergo giornalistico si chiama “buco” dato alla concorrenza: nel 1997 Gentilini una mattina si sveglia e ordina agli operai comunali: «Segate le panchine di via Roma, così gli immigrati nullafacenti non ci si siedono più sopra».

È la tribuna a dare la notizia. Apriti cielo: la città si spacca tra favorevoli e contrari, le sinistre organizzeranno una grande marcia di protesta, anche la Curia si indigna. Lui indossa il cinturone da pistolero e replica con un «me ne frego» stroncando i «cespugli comunisti» e dicendo ai «vescovoni» di portarsi in canonica gli immigrati.

La città dibatte, e intanto il Comune targato Lega dà carta bianca a Fondazione Cassamarca, che attua operazioni immobiliari di pregio come il recupero del Teatro Comunale ma anche sbagliate, come lo svuotamento del centro portando le sedi delle istituzioni all’ex Appiani. Polemiche a non finire, e la tribuna sempre in prima linea. Furibonde, in quegli anni, le telefonate al nostro giornale per protestare contro gli articoli che gli facevano il contropelo. Sindaco dal 1994 al 2003, vicesindaco dal 2003 al 2013.

Vent’anni di scelte forti come la realizzazione in una sola notte del sistema di sensi unici del Put, nel 2000; ma anche di una miriade di ordinanze subito smantellate dal Tar o comunque nate morte, come quella che vietava il centro storico ai cani, per non parlare degli autovelox piazzati sul Put e poi rimossi a suon di ricorsi. Anni di cantieri ma anche di attacchi a partigiani e centri sociali, segnati dall’equivoca indulgenza di Gentilini verso le frange di destra degli ultras, con l’Ombralonga trasformata di edizione in edizione in un’orgia di etilisti, fino a che non ci è scappato il morto ed è stata cancellata.

Una nostra cronista, a margine di una conferenza stampa, lo registra: «Dovremmo dare dei costumini da leprotto agli extracomunitari, così le doppiette dei cacciatori potrebbero esercitarsi», lo “sceriffo” viene denunciato. Ma lui non abbassa i toni: ai comizi sguaina un linguaggio violentissimo, evocando i «vagoni piombati» per i clandestini e attaccando i gay, tutte uscite che lo portano in tribunale per istigazione all’odio razziale. Lui, dal canto suo, ha l’abitudine di querelare a testa bassa i nostri cronisti, anche per la pubblicazione di semplici indiscrezioni di giunta.

Un personaggio duro, soprattutto nei suoi 10 anni da sindaco, che ci ribattezza la “Pravda” perché diamo voce anche all’opposizione, cosa per lui inconcepibile. Un’amministrazione leghista, la sua, che avvia restauri importanti come quello del museo Bailo ma che con l’arte non è in sintonia, basti pensare ai disegni di Van Gogh esposti nel 2001 a Ca’ Da Noal, curatore Plateroti, che la tribuna scopre essere fasulli. Scoppia il finimondo. Con il porfido gli andava meglio.
 

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