La tribuna di Treviso compie 40 anni: fu fondata nel giugno del 1978

Il primo numero fece il suo esordio in edicola l'8 giugno del 1978, pubblicato dall'editore Giorgio Mondadori.


 

La tribuna di Treviso compie 40 anni: ecco i fatti del 1978


 

TREVISO. La tribuna di Treviso compie 40 anni. Il primo numero fece il suo esordio in edicola l'8 giugno del 1978, pubblicato dall'editore Giorgio Mondadori. Poco tempo dopo entra a far parte della catena dei quotidiani locali del gruppo Finegil, guidato da Carlo Caracciolo e controllato dal Gruppo Editoriale L'Espresso.

Attualmente, dopo la fusione tra il gruppo l'Espresso-Repubblica e Itedi, fa parte di GEDI gruppo editoriale SpA insieme ad altri tre quotidiani veneti (il Mattino di Padova, La Nuova Venezia, e da ottobre 2011 anche il Corriere delle Alpi) con cui condivide la direzione. La tribuna ha sede in Corso del Popolo ed è il giornale più letto di Treviso. 


I direttore della tribuna di Treviso
 

  • Nino Berruti 1978 
  • Giovanni Valentini dal 5 novembre 1979
  • Fabio Barbieri dal 5 settembre 1981
  • Lamberto Sechi dal 24 maggio 1984
  • Paolo Ojetti dal 10 febbraio 1985
  • Franco Oliva dal 12 aprile 1987
  • Maurizio De Luca dal primo dicembre 1988
  • Claudio Giua dal 12 dicembre 1993
  • Alberto Statera dal 11 gennaio 1996
  • Fabio Barbieri dal 12 aprile 2000 (Omar Monestier condirettore)
  • Alessandro Moser dal 14 giugno 2005
  • Antonio Ramenghi dal 23 marzo 2012
  • Pierangela Fiorani dal 30 giugno 2014
  • Paolo Possamai (Paolo Cagnan condirettore) dal 20 aprile 2016
     

OGGI 40 ANNI FA
 

Il nostro cronista Federico Cipolla si è recato da una edicolante per capire come sia cambiata la vendita dei quotidiani, nell'era del digitale.
 

Lo storico edicolante di Fiera festeggia i 40 anni della tribuna: "Ragazzi, leggete"


 

Tribuna 40, il giornale visto dalle edicole: la parola allo storico edicolante di Fiera, Maurizio Pregnolato: ricorda i primi anni della tribuna in edicola e racconta come è cambiato in questi anni il rapporto tra il lettore e la carta stampata
 

L'EDITORIALE


Paolo Possamai: il nostro tempo insieme



Paolo Possamai


Ma che cos’è un giornale? Un flusso di informazioni, i cui effetti sono destinati a durare molto più a lungo dell’apparente caducità quotidiana (lo vedremo un poco più avanti in queste righe). Una fabbrica di contenuti su più piattaforme, in carta e digitali.


Una rete di relazioni: il giornale sta al centro, ma in effetti è come una piazza dove chi scrive e chi legge si può dare appuntamento e scambiare il bene per eccellenza, ossia in primis appunto le informazioni, ma anche le idee e i sogni, i progetti e i rapporti. Uno strumento di democrazia. A questo proposito, tante volte è stata usata la metafora del cane da guardia. Ma il giornale è anche uno specchio e un luogo di auto-coscienza per la comunità cui rivolge le proprie pagine. Un luogo di rappresentazione e di rappresentanza.


Un sismografo chiamato a rilevare nel divenire dei giorni i mutamenti, i fenomeni, i protagonisti, le eclissi, i turbamenti del corpo sociale. Un setaccio che, con pazienza agitato giorno per giorno, favorisce l’emersione del ceto dirigente (che sia politico, o nel campo delle professioni, nell’imprenditoria o nell’associazionismo, tra i cattedratici o nello sport).


Tribuna 40 anni, il direttore Possamai: "Il giornale, la sua comunità"


Un gruppo di lavoro fatto di giornalisti, commentatori, collaboratori, dipendenti amministrativi e addetti alla raccolta pubblicitaria e poligrafici e in rotativa. Una azienda che persegue il proprio legittimo obiettivo di remunerazione dei dipendenti, dei collaboratori, degli azionisti e che nella salute dei propri bilanci ha il primo presidio di indipendenza e di autonomia da ogni potere.


Un giornale è anche una successione di fotogrammi che infine compongono un film (il cui montaggio è come in ogni ricostruzione storica materia soggettiva e passibile di interpretazioni).


Non ha solo una dimensione quotidiana, ma pagina dopo pagina nella sua missione di fare cronaca costruisce un documento di storia. L’archivio di un giornale è un deposito prezioso, non solo perché documenta i fatti che accadono in un territorio, ma perché elabora i valori nei quali una comunità si riconosce.


Nelle pagine che seguono potete trovare le linee di fondo dei 40 anni passati. Non trovate il racconto dei 40 anni della tribuna, ma del territorio e della comunità che sin dalla fondazione il giornale si è proposto di raccontare. Potremmo osservare che l’arco temporale è relativamente breve.


Ma alla lettura dei contributi che abbiamo chiesto a molti dei nostri principali editorialisti e a una schiera di interlocutori attrezzati di osservatori privilegiati, ci accorgeremo delle mutazioni radicali intervenute su ogni versante della vita privata e sociale. E ricordare i 40 anni non è solo retrospettiva. È anche guardare al domani, al futuro, sulla scorta delle proprie origini e della traiettoria compiuta.


Per costringerci a riflettere sulla potenza dei cambiamenti avvenuti e di quelli in atto e del futuro in fieri, enfatizzo il tema presentandovi un brano del ritratto che a Treviso ha dedicato nel 1956 Guido Piovene.



Il grande scrittore nel suo “Viaggio in Italia” avvertiva, parlando della Marca, che entrava “nella parte più dolce, e quasi più greca, del Veneto; greca, si intende, nell’ambito del venetismo, perché il colore veneto tra Vicentino e Trevigiano raggiunge un massimo di equilibrio e di grazia e si adegua in modo più puro alle proprie norme ideali”.


Piovene nel suo ritratto assume dunque il paesaggio come elemento distintivo e peculiare del Trevigiano; senza nemmeno nominarle par di vedere Villa Barbaro a Maser o Villa Emo a Fanzolo, la rocca di Asolo e le mura di Castelfranco.


Interventi del genio umano mirabilmente fusi nel paesaggio. Ma se apriamo oggi le finestre assistiamo agli effetti di una prorompente crescita economica, di un dinamismo industriale che ha profondamente segnato il territorio.


Le parole di Piovene situano la Marca negli anni ’50; quando la tribuna è nata, erano i giorni del rapimento Moro e di una stagione di terrore; da questi due punti di riferimento proviamo a percorrere il tratto di strada che arriva a noi e saremo stupefatti dal cambiamento radicale del panorama. I giornali registrando giorno per giorno fatti e protagonisti, suscitando il dibattito e ascoltando la voce di chi dispone delle più appropriate lenti di ingrandimento, costruiscono un itinerario nella storia.


Talora possono essere essi stessi un attore della storia, una sorta di lievito della storia. Come ha scritto Erri De Luca “il futuro di un fiume è alla sorgente”.


In visita al centro stampa della tribuna: il fascino delle rotative


In visita al centro stampa della tribuna: il fascino delle rotative Ecco alcune immagini del centro stampa della tribuna di Treviso, situato in viale della Navigazione Interna a Padova
 

STORIA E MEMORIA


Tiziano Marson: Noi, giornalisti senza macchina per scrivere. Da piazza Ancilotto la prima rivoluzione delle nuove tecnologie in redazione



Tiziano Marson, caporedattore della tribuna, è tra i giornalisti fondatori del nostro giornale


Nel 1978 portavamo maglioni colorati ma non sapevamo chi fosse Luciano Benetton; De Longhi prima del Pinguino produceva radiatori a olio, in centro si parcheggiava davanti al Biffi. Il basket si chiamava Liberti il rugby conquistava lo scudetto Metalcrom.


Quando l’8 giugno la tribuna di Treviso aprì i balconi al secondo piano di piazzetta Ancilotto, sopra il barbiere, il prosecco di Valdobbiadene produceva nove milioni di bottiglie, più o meno mezzo miliardo in meno dell’intera produzione 2017.



Intanto da Secondo Scandiuzzi, “sacerdote” della Confraternita, si celebrava con decenni di anticipo il futuro impero delle bollicine. Di fronte, i tavoli delle Beccherie.


E dalle finestre aperte della redazione, insieme ai profumi di cucina capitava che entrassero anche notizie, portate a mano con un richiamo dalla piazza: Ehi tribuna! Amarcord di un tempo, ma solo apparente artigianato professionale. In realtà proprio quelle origini della tribuna, le sue stesse peculiarità - imprenditoriali, tecnologiche e giornalistiche - sono state 40 anni fa un dirompente fattore di innovazione nella città di Signore&Signori, all’alba del miracolo economico del Nordest.


Tribuna 40, Marson: così eravamo nel 1978


Premessa industriale per l’impresa avviata da Giorgio Mondadori, all’epoca della linotype, fu innanzitutto l’introduzione di quelle che allora si definivano “nuove tecnologie”: per la prima volta in Italia, alla tribuna di Treviso e poco prima al gemello mattino di Padova i redattori sostituivano la macchina per scrivere con i terminali collegati a un server in grado di gestire i testi e in seguito l’impaginazione senza l’impiego della tipografia.



Una rivoluzione. Osteggiata da resistenze sindacali, un’ombra sulle prospettive occupazionali dei tipografi. Ma nel fermento degli anni Settanta era stata proprio questa novità a richiamare attorno al progetto veneto un gruppo di professionisti pronti a lasciare un posto sicuro per l’incerta avventura di un nuovo quotidiano. L’avanguardia del 1978 in effetti veniva da fuori.


A Padova, una pattuglia di genovesi con il direttore Nino Berruti e l’amministratore Amedeo Massari, un manager prestato da Repubblica e accompagnato da una leggenda: in Liguria dicevano che gettasse dai treni i pacchi della concorrenza. A Treviso guidava il vice direttore Pierluigi Tagliaferro.


Aveva cominciato al Gazzettino ma arrivava dal Corriere della Sera e per noi, ragazzi curiosi di Giornalismo, portava il fascino del nuovo corso di Piero Ottone. Come vice aveva chiamato Sergio Sommacal, bellunese, “fuggiasco” della concorrenza come Gianni Novara.


Io ero stato al Messaggero Veneto e potevo esibire l’esperienza sul campo del terremoto in Friuli. Tra i primi incarichi, andai a intervistare Goffredo Parise, nella casetta sul Piave, sul caso Moro.


Il resto della squadra era alla prima esperienza: i milanesi Raffaele Volontè e Cristina De Grandis; il siciliano Matteo Collura; Paola Pastacaldi, trevigiana con una particolare storia famigliare africana, e Antonio Chiades. Poi sono arrivati Beppe Gioia, Paolo Catella e, a Conegliano, Luigino De Nadai. Intorno, nascevano altre voci: le prime radio “libere”, Radio Alfa di Alberto De Stefano, il Diario con Gigi Furini e Mirko Trevisanello, Antenna Tre con Domenico Basso. Tutti approdati alla tribuna.


La giornalista Cristina De Grandis ricorda i primi giorni della tribuna


Cristina De Grandis racconta i primi anni della tribuna


All’inizio non fu semplice farci conoscere. Ci diede una mano il marketing, il Bingo fu decisivo. C’era da fare, ma in un bel clima di amicizia. La sera, prima di scoprire L’Incontro, si andava da Guido all’Antica Torre e alla
vecchia Pasina o, come in famiglia, dalla Nerina all’Oca Bianca.


E quando non finiva mai le “Fulviette” correvano a Padova, al Falconiere, dove da cinque testate concorrenti convergeva di notte una compagnia single e affamata. Sarà stato anche per l’incrocio di questi elementi costitutivi - sentimento veneto senza “provincialismo”, nuovo modello di giornale locale con la visione di un editore nazionale indipendente - se il nuovo giornale ha avuto una rapida presa. Il carattere si mostrò davanti al primo caso impegnativo, l’inchiesta del pm Labozzetta sui traffici del “mariuolo” trevigiano Silvio Brunello: era l’inizio dello scandalo petroli.


Fu il nostro giornale, da solo in prima linea con un tenace lavoro di Volontè, a portare a galla contro i tentativi di depistaggio le dimensioni e il livello di un gigantesco sistema di evasione fiscale e corruzione in Italia, 12 anni prima di Tangentopoli.


Decisamente, il mondo dell’informazione - e di conseguenza le sue dinamiche sociali - non era più lo stesso. Adesso, con 40 anni alle spalle e un futuro da reinventare, è utile guardarsi indietro per misurare la strada fatta e valutare quanto sia stato necessario, non solo un mezzo di comunicazione libero e aperto, ma un punto di riferimento culturale nella burrascosa traversata di questi tempi.


Così si capisce perché la tribuna - facendo semplicemente il suo mestiere: dare le notizie - è diventata controcorrente il primo giornale dei trevigiani. Svecchiando la trevigianità, andando “a combatar”, cercando di stare un passo avanti, più sveglia. Se ne era reso conto Gentilini, l’amico-nemico di vent’anni che pure aveva vagheggiato la chiusura della “Pravda” per via delle panchine, dei leprotti e dei falsi van Gogh, ma poi riconosceva:


«Quelli della tribuna? Un battaglione di alpini». Roboante, però spiega la natura di un legame che ha consolidato nel tempo, non solo una platea di lettori, ma una comunità civica fedele in edicola e sul web senza bisogno di chiedersi di che partito sia la tribuna. Di nessuno. Ha funzionato perché anche la tribuna è rimasta fedele, non a una linea politica, ma alla sua impronta originaria: un’idea laica di giornale e società, e dunque uno stile di lavoro che si trasmette come un carattere ereditario nel ricambio naturale delle redazioni. Non è un caso se da qui sono partire brillanti carriere.


È stata una buona scuola. Contaminata e arricchita dalle opportunità di un grande gruppo editoriale, innervato da una catena di testate locali (da poco ne è capofila la Stampa) che per somma di copie e penetrazione territoriale forma il primo quotidiano italiano.


Era stata l’intuizione sviluppata fin dal 1980 con l’ingresso del Gruppo Espresso di De Benedetti e Caracciolo, e la regia di Mario Lenzi.


Questo impianto, aggiornandosi, non solo ha retto questi primi 40 anni di carta, ma resta la piattaforma - giornalistica, tecnologica e aziendale - per la doppia sfida stampata e digitale. Come è cominciata questa fase lo racconta in apertura Giovanni Valentini, il direttore della rifondazione. Qui, per il puro gusto dell’aneddotica, tocca invece ricordare come ci presentammo al nuovo editore: mettendolo alla porta. Involontariamente, si capisce.


Era una mattina più agitata del solito, così Romeo per evitarsi grane decise per la prima e unica volta di chiudere l’ingresso. E non fece eccezioni per un garbato signore in maglioncino azzurro: «Lei non può entrare». Era Carlo Caracciolo. «Romeo, è il paròn».


Il Principe sorrise, noi sperammo che avesse almeno notato un servizio efficiente di portineria. Dopo tanto tempo possiamo farci perdonare altre leggerezze. Oggi con Instagram e altri mezzi, fa quasi simpatia quella foto in bianco e nero pubblicata a sei colonne, che doveva mostrare la prima neve della stagione sulle montagne viste da Treviso. Idea giusta, però era ottobre e la neve si sciolse prima dello scatto del fotografo.


Nessun problema: la coltre fu ricollocata, in redazione, con maldestre pennellate di bianchetto. Fioccarono cartoline di sarcasmo: «Ve la do io la neve».


Era già photoshop, non ancora una fake. Quando piazza Ancilotto divenne stretta, andammo in corso del Popolo all’ultimo piano di Coin. Non solo redazione, anche uno spazio per forum, scuole, maxi schermo per i mondiali, e mostre. Simon Benetton portò le sculture, Rincicotti i quadri dei mesi. Poi venne l’idea dei grandi ospiti.


Maurizio De Luca decise che i personaggi pubblici in transito per la Marca dovessero passare in redazione per un filo diretto con i lettori. Non facile. C’era Monica Vitti, che portava in teatro “Prima pagina”. Ma bruciava l’infortunio di “Le Monde” che aveva appena annunciato la morte dell’attrice, scusandosi poi con un fascio di rose e un biglietto: «Rosse come la nostra vergogna». Bussammo al camerino del Comunale: e anche alla tribuna Monica Vitti fu accolta con le rose.



La strada era aperta, passarono tutti. Per Baglioni la polizia dovette presidiare l’ingresso, per Tognazzi si fermarono i bus qui sotto in corso del Popolo. Si fa prima a citare chi rifiutò l’invito: De Gregori e Fiorella Mannoia. Non ci riuscirono gli Spandau Ballet, che cercavano di evitare l’impegno del concerto vinto da Treviso con un concorso di merendine. Si arresero alla nostra campagna. Una delle tante.


Era il 1978: la poligrafica Rita Papa racconta la nascita della tribuna


Era il 1978: la poligrafica Rita Papa racconta la nascita della tribuna. Rita Papa, storica poligrafica del giornale, racconta i momenti che hanno preceduto l'uscita in edicola del nostro giornale, dall'euforia al lavoro per la realizzazione dei "numeri zero". 



 

IL GIORNALE, I LETTORI
 


Ferdinando Camon: se la vita è degna di essere raccontata con la parola scritta


In ogni bar di Treviso c’è sempre un giornale locale, questo, e talvolta anche un giornale nazionale, ma se un cliente può scegliere tra il giornale nazionale e il giornale locale, il più delle volte sceglie il giornale locale. Poi si ritira al suo tavolo, chiede un cappuccino, sorseggia e sfoglia. Intorno c’è sempre qualche altro cliente il quale aspetta che lui deponga il giornale, per accaparrarselo a sua volta.


Mi chiedo perché quei clienti preferiscano il giornale locale al nazionale, e una risposta ce l’ho: perché il giornale locale parla di loro, il nazionale parla di altri.


Il furto in farmacia, l’incidente stradale, la professoressa contestata: sul giornale locale tutto questo c’è, sul giornale nazionale quasi mai. Il giornale nazionale pubblica queste notizie se turbano la nazione, il giornale locale se turbano la città. Il che significa: per il giornale locale il turbamento della città ha importanza, per il giornale nazionale no.


Poiché tutto questo vuol dire il tuo quartiere, la gente intorno a te, e in definitiva te stesso, significa che per il giornale locale la tua vita è degna di essere messa per iscritto, per il giornale nazionale non lo merita, non ha le qualità per assurgere a vita scritta, deve restare una vita parlata, di cui non permane traccia.


Perciò alla domanda: che cosa ha significato la nascita, in quest’area d’Italia, della tribuna, quarant’anni fa, e cosa significa il suo lavoro quarantennale, rispondo: hanno trasformato la “vita parlata” di questa gente in “vita scritta”, la vita di cui non resta niente in vita che resta-per-sempre.


Era così chiaro che quella vita, la vita del Veneto Profondo, meritava di essere scritta, e non andare perduta nella tradizione orale, era così chiaro che quella vita aveva i caratteri della “grandezza” che merita la scrittura, che quando questo giornale è nato ne era appena nato un altro, nella vicina Padova. E dunque quest’area, da poco rappresentata dai media, diventò un’area intasata.


Altri giornali fiorivano nel Veneto. Ma solo il mattino e la tribuna vivono ancora, accanto al vecchio Gazzettino, e questo significherà pur qualcosa. Quando nasce un bambino lo registranoscrivendo “è nato vivo e vitale”, “vitale” vuol dire che non morirà subito. Così il mattino e la tribuna sono nati vivi e vitali, infatti sono ancora vivi.


C’erano in questa zona energie narrative e interpretative represse, che non analizzavano e non commentavano per il popolo la Storia che accadeva, perché non c’era la sede adatta. Con la nascita e la crescita del mattino e della tribuna, la sede fu il mattino e la tribuna.


L’impressione dei direttori (e mia) era che il Veneto fosse “vecchio”: vecchio il Pci, vecchia la Chiesa, vecchia la cultura accademica, specialmente a Lettere e a Legge, vecchia la mentalità dei paesi. Vecchia la politica. Si lavorò molto per il rinnovamento, ma anche contro il falso rinnovamento, come il terrorismo di Destra e di Sinistra. Fu un lavoro martellante.


La nostra soddisfazione era quando la stampa nazionale prendeva spunti e analisi da noi. Ma quella vecchiezza continua, perciò quello della tribuna è un lavoro che deve continuare: ormai è un necessario e perenne interlocutore sociale.



La copertina dell'inserto sui 40 anni della tribuna