La storia di una ragazza di Treviso: «In fuga dalla città per diventare agricoltore»

Una ragazza di Treviso e il suo ragazzo sulle colline marchigiane: «Basta lavoretti sottopagati» Vivono tra i fiori e gli animali del loro casale recuperato dopo anni di abbandono

TREVISO. Amargi in lingua sumera significa “tornare alla madre”. È così che Chiara e Marco hanno deciso di chiamare la loro azienda agricola sui monti Sibillini. Siamo a Smerillo, in contrada Cugnolo, dove i numeri civici arrivano fino a 8. Stampati sulle case i segni del terremoto del 2016 che, lo scorso 10 aprile, è tornato a farsi sentire nelle Marche. Non è certo un posto per tutti.

«I giovani della mia età che abitano qui per forza se ne vorrebbero andare di corsa, noi invece da queste parti ci siamo venuti apposta per vivere e fare gli agricoltori. Agli occhi dei più la nostra scelta può sembrare strana ma in realtà è profondamente coerente con quello che volevamo realizzare» racconta Chiara Russo, 33enne trevigiana, una laurea in Scienze politiche e la passione per l’agricoltura biologica. Insieme al compagno Marco Mani, filosofo, anche lui veneto, tre anni fa si è trasferita nella casera immersa nel verde delle alture marchigiane. Otto ettari di terreno, gli animali nell’aia, un piccolo bed&breakfast, tanto vento e silenzio. Un progetto maturato nel tempo, dopo aver girato il mondo per un paio d’anni. «Siamo stati in Sud America, girovagando in furgone da La Paz fino alla Terra del Fuoco.

A Treviso vivevo in viale della Repubblica, ma dopo l’esperienza all'estero io e Marco eravamo convinti di intraprendere un percorso diverso. Ci sentivamo disabituati agli spazi urbani, volevamo lavorare per noi dopo aver fatto lavoretti sottopagati di tutti i tipi», aggiunge Chiara. Difficile dire se sia stato il posto a scegliere loro o viceversa, sta di fatto che quando sono approdati a Smerillo hanno capito che non se ne sarebbero più andati da lì. «Abbiamo faticato molto, il casale e i terreni erano abbandonati da decenni. C’erano rovi, alcuni campi in dissesto idrogeologico, altri spremuti da colture intensive di grano e girasole. Piano piano abbiamo recuperato le varie zone», spiega Chiara.

Pazienza e resilienza per far rinascere la terra. Nel 2015 è nato Amargi, molto più di un agriturismo, per Chiara e Marco si tratta di un progetto di vita, la risposta a un grido ancestrale. Seimila piante officinali di lavanda, rosmarino, timo, elicriso, issopo e salvia sono state messe a dimora e in questo momento danno spettacolo con una fioritura che accende di viola e giallo la collina. «Dalle erbe officinali ricaviamo nel nostro laboratorio oli essenziali per uso cosmetico e profumazione d’ambiente, ma ci sono anche altri impieghi possibili come conservanti per la frutta o materiali per la bioedilizia».

Poco più in là 60 alberi di mele rosa dei Sibillini, recuperati da un antico frutteto, con cui si producono succhi e marmellate. L’orto, le galline e 50 casette di api per il miele. «Con il terremoto alcune arnie si sono ribaltate, siamo intervenuti subito per sistemarle e ne abbiamo perse solo un paio. L’ape è piccola e, come tutti noi, davanti a un evento così traumatico, ne ha risentito».

Mai avuto la tentazione di abbandonare tutto e tornare nella confortevole pianura Padana? «Non è semplice vivere qui perché il terremoto ha spopolato queste zone e le problematiche economiche si sentono, ma pensiamo sia solo una fase», risponde Chiara. Amargi è il nome di un sogno divenuto realtà, la parola che più di tutte esprime il senso di libertà di Chiara e Marco, che hanno scelto la strada meno scontata.


 

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