Fatture false per 3 milioni, arrestato a Treviso imprenditore cinese

Treviso. Ai domiciliari imprenditore cinese che gestisce il “Milano Moda” di Fiera, sequestrati beni per 850mila euro

TREVISO. Fatture per operazioni inesistenti per oltre 3 milioni di euro, Iva evasa per più di mezzo milione di euro, un imprenditore cinese agli arresti domiciliari e 41 suoi connazionali indagati per emissione di fatture false. Sono questi i numeri dell’operazione Dragone che ha smascherato una maxi-evasione dell’Erario messa in atto da un imprenditore cinese, un cinquantenne di Paese, titolare di due grandi bazar della Marca, uno dei quali, “Milano Moda” di vicolo 4 Novembre a Fiera.

Nei suoi confronti il giudice delle indagini preliminari Angelo Mascolo ha emesso un ordine di custodia cautelare agli arresti domiciliari. Particolare il fatto che gli altri 42 indagati sono cinesi che con il commercio non c’entrano nulla. Hanno aperto una partita Iva e formalmente figurano essere imprenditori, anche se in realtà lavoravano come camerieri in ristoranti, commessi in negozi e addirittura alcuni sono irreperibili. “Teste di legno”, ingranaggi indispensabili per far funzionare il meccanismo delle fatture false.

L’indagine. L’inchiesta è partita alcuni mesi fa, quando durante un normale controllo fiscale, i finanzieri si sono accorti che qualcosa non andava nei documenti esibiti dall’imprenditore cinese. Ad insospettirli il volume d’affari che una quarantina di imprenditori cinesi intrattenevano con il cinquantenne, titolare di due bazar nella Marca. A quel punto sono scattati i sequestri dei documenti. L’indagine è andata avanti per qualche mese finché il pubblico ministero Vincenzo Russo, dopo aver acquisito materiale probatorio, ha chiesto ed ottenuto dal giudice delle indagini preliminari un ordine di custodia cautelare agli arresti domiciliari per il quarantenne cinese, residente a Paese per il reato di utilizzo di fatture false.

Camerieri-imprenditori. Oltre all’imprenditore, nei guai sono finiti 42 cinesi, uomini e donne che vivono tra Veneto, Toscana e Lombardia. Si tratta di cinesi che non hanno nulla a che fare con il commercio di abbigliamento o di prodotti tipici dei bazar cinesi. Molti sono camerieri o lavorano in ristoranti cinesi, altri sono commessi in negozi di abbigliamento, alcuni addirittura sono cittadini irreperibili nel territorio italiano. «In altre parole - spiega il tenente colonnello Andrea Leccese, comandante del Gruppo delle Fiamme Gialle di Treviso - si tratta di cosiddette “teste di legno” che, dopo aver aperto partite Iva, si prestano ad oliare il meccanismo dell’emissione delle fatture false che servivano all’imprenditore cinese per abbattere l’imponibile e pagare meno tasse». Le cosiddette “cartiere”, ossia società che esistono soltanto sulla carta.

Sequestro record. I sigilli alla merce dei due bazar gestiti dall’imprenditore cinese sono scattati nella giornata di mercoledì. Settecentomila euro di merce e altri centocinquantamila euro in contanti sequestrati nei conti correnti. Un vero e proprio tesoretto quello trovato dai finanzieri nella disponibilità dell’imprenditore cinese indagato per utilizzo di fatture false. «Abbiamo provveduto - dice soddisfatto il comandante provinciale delle Fiamme Gialle Alessandro Serena - ad aggredire subito il patrimonio dell’imprenditore indagato per poter recuperare i soldi sottratti illecitamente all’Erario. La lotta alle frodi fiscali è lo strumento principe per assicurare, in un’ottica di rigore ed equità, il recupero di risorse illecitamente sottratte al fisco».

Rischio grosso. Rischiano grosso i 42 indagati dell’operazione “Dragone”. Il gestore dei due bazar è accusato di utilizzo di fatture false, mentre i 41 titolari di “cartiere”, suoi connazionali, di produzione di fatture false. La legge prevede, in caso di condanna, una pena che va da un minimo di 1 ad un massimo di 6 anni di reclusione.

Nel frattempo, nella giornata di oggi è stato fissato l’interrogatorio di garanzia, in un’aula del tribunale di Treviso, dell’imprenditore cinese agli arresti domiciliari. Davanti al giudice Mascolo, l’imprenditore cinese dovrà decidere se rispondere o meno alle domande. Una strategia difensiva che valuterà assieme al suo legale, l’avvocato Federico Cappelletti del foro di Venezia.

 

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