Un pezzo di storia di Fontanelle se ne va, i macchinari dell'oleificio media Piave all’asta

Fontanelle. Procede la curatela fallimentare della storica azienda. Dopo la chiusura nel 2017 licenziati gli ultimi 36 addetti

FONTANELLE. I macchinari e gli impianti dell'ex Oleificio Medio Piave sono stati messi all'asta sul portale online di aste fallimentari Industrial Discount alla cifra di 898mila euro.

Sono ormai due anni e mezzo che quello che fu uno dei più grandi oleifici d'Italia, fondato nel 1938 e installatosi a Colfrancui nel 1978, è chiuso: nel giugno 2017 furono licenziati i 36 operai che lavoravano nello stabilimento che sorge fra Fontanelle e Oderzo.


Il fallimento della ditta era stato dichiarato nel luglio 2015, quando il tribunale accertò gli 80 milioni di euro di debiti accumulati. Il titolare aveva stipulato un contratto d'affitto d'azienda che sarebbe scaduto nel maggio 2017, ma a quella data non si riuscì a vendere l'area ad un altro investitore.

Ecco cosa resta dell'oleificio Media Piave di Fontanelle: tutto va all'asta



«Con questa mossa mettiamo all'asta i beni mobili contenuti nello stabile, come macchinari e impianti» spiega il curatore fallimentare, Barbara Vettor. «Non abbiamo ancora deciso di mettere all'asta l'area su cui sorgeva la fabbrica: sono in corso alcune riflessioni sul futuro».

Sarà difficile che nell'area riapra un altro oleificio. La posizione dello stabile è giudicata poco conveniente per un'impresa di quel tipo: troppo vicina alle case della parte opitergina di Colfrancui e alla villa seicentesca della famiglia veneziana Galvagna Giol nella parte fontanellese. Senza parlare dei problemi di viabilità. Le decine di camion che negli anni d'oro servivano la fabbrica transitavano solo nel territorio di Fontanelle, lungo via Santa Maria del Palù e via Calstorta. A frenare gli investitori c'è poi un altro aspetto, tutt'altro che irrilevante: la bonifica dell'area. L'oleificio produceva oli e farine zootecniche, alimentari e combustibili, una produzione che richiede una bonifica dell'area.

Ma oltre a quella relativa alla vecchia produzione, in 30 mesi di chiusura altre questioni si sono aggiunte. Non sono pochi gli animali ad aver scambiato i capannoni abbandonati per la loro nuova tana: colombi e piccioni hanno nidificato, tanto che mettendo il piede dentro le strutture che furono dell'oleificio il visitatore deve schivare ad ogni passo il guano. «La nostra speranza è che qualcuno possa riqualificare o trasformare l'impianto. Difficile che lì si possa far ripartire un nuovo oleificio: sarebbe una cattedrale nel deserto» è la posizione del sindaco Ezio Dan. «Non possiamo abbattere una struttura privata, ma stiamo incontrando imprenditori interessati ad acquisire l'impianto».


 

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