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Vittorio, addio a Giovanni Dan, il prete che fece ridere anche il Papa

“Il barzellettiere di Dio” si è spento all’ospedale a 92 anni. Per 25 fu direttore dell’Azione a Vittorio Veneto. Inventò “Camminamonti”

di Francesco Dal Mas
2 minuti di lettura

VITTORIO VEENTO. «Qual è la differenza tra Dio e Berlusconi? Dio non crede di essere Berlusconi». E’ una delle espressioni di buonumore che divertivano di più don Giovanni Dan. Il sacerdote, storico direttore del settimanale diocesano L’Azione (per 25 anni, dal 1065 al 1990),si compiaceva quando lo chiamavano "Il barzellettiere di Dio". E’ morto ieri mattina, all’età di 92 anni, in ospedale a Conegliano.



«Mi sto preparando a raccontare quella di Berlusconi a Nostro Signore. Chissà se la gradirà», ci rispose, in occasione dell’ultima visita, l’anno scorso, quando gli chiedemmo come stava. Quasi contemporaneamente a don Dan, è deceduto mons. Giovanni Bet, nato a Ramera nel 1922 e prete da 1948, per lunghi anni parroco e poi vicario parrocchiale di Gorgo al Monticano. Entrambi erano ospiti della casa di riposo “Immacolata di Lourdes”, a Conegliano.

Il funerale di don Dan si terrà domani alle 15 nella chiesa di San Martino di Colle Umberto; presiederà il vescovo mons. Corrado Pizziolo.

Oggi, invece, alle 15, a Gorgo, il funerale di mons. Bet, presieduto sempre dal vescovo.

Don Giovanni Dan, nato a San Martino di Colle Umberto, ordinato prete nel 1946, ha diretto L’Azione per 25 anni, quindi l’Ufficio stampa della diocesi di Vittorio Veneto e “Radio Palazzo Carli”, l’emittente diocesana. Faceva il “saltimbanco di Dio”, come si definiva, cioè il cappellano festivo nelle parrocchie dove mancava il parroco. Numerosi i servizi pastorali svolti: dall’Ufficio diocesano di Catechesi sino ad assistente dell’Azione Cattolica diocesana. Grazie alla sua spiccata saggezza (famiglia, la sua, di contadini), ha saputo attraversare il ’68 ed il post Concilio, quindi la contestazione fuori e dentro la Chiesa, ascoltando le diverse sensibilità, accettando il confronto delle posizioni, quindi lontano – il direttore sempre in borghese; non portava né talare né clergyman - dalle chiusure conservative. La Liga Veneta gli è nata quasi in ufficio, con i contributi sul dialetto di Gigio Fabris. Quando l’allora vescovo gli impose di mandare al macero un’edizione appena stampata del settimanale, perché in prima pagina riportava il trasferimento della Zoppas da Conegliano a Susegana, don Giovanni obbedì ma ci rimase male. La sua attenzione al mondo del lavoro e in particolare alle lotte operaie era data “per scontata”. Ha pubblicato anche diversi libri, tra i più noti: “L'Abbecedario della memoria. Sessant’anni da prete”, “L’abbecedario del buon umore” e “L’abbecedario della montagna”. Era appassionato di montagna. Ha inventato il concorso “Camminamonti”; era capace di farsi 60 rifugi alpini a stagione. La “Madonna dell’Agnelezza”, microsantuario in mezzo al bosco di Fregona, è una sua creatura. In montagna, precisamente sulle Tofane, don Giovanni è anche caduto, con lunghi ricoveri ospedalieri. «Il giorno delle mie nozze d’oro sacerdotali – raccontava – coincide con la mia 20.790 esima salita all’altare. E non finirò mai di ringraziare il Signore per avere ogni giorno di più alimentata in me questa voglia di salire. Ma nella vita – diceva pure – non venga mai a mancare il senso delle proporzioni, per cui è eroe vero non tanto chi arriva in cima ad una montagna ma chi aiuta i fratelli che hanno bisogno».

E, infatti, era proverbiale la sua generosità. Quando dismise gli uffici in curia, perfino i libri – migliaia, per la verità - mise a disposizione gratuitamente.
 

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