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S.Vito, cade il bosco della Speranza Giuseppe perde l’ultima battaglia

Noci e ciliegi piantati con la moglie abbattuti dalle ruspe della Superstrada Pedemontana Veneta Le lacrime dell’agricoltore davanti alla devastazione. Il figlio: «Mai visto piangere mio padre»

di Alessia De Marchi
2 minuti di lettura
ALTIVOLE. Le lacrime scivolano lente sul volto inciso dai suoi 81 anni di vita all’aria aperta, 70 e più trascorsi a fianco della sua adorata Speranza, mancata nell’agosto del 2011. Giuseppe Piccolotto non sa trattenere il dolore davanti alla devastazione del bosco dedicato alla moglie, 25 mila metri quadrati cresciuti a cavallo tra San Vito e Riese. Ieri ha perso la sua ultima battaglia: le ruspe della Superstrada Pedemontana Veneta hanno continuato a sradicare noci, ontani, querce, ciliegi,... Un fronte largo 93 metri avanzato dalle 7.45 fino al calar del buio. «Non ho mai visto mio padre piangere», confessa Osvaldo, uno dei più battaglieri avversari della superstrada, «Parlando di mia madre davanti al disastro in atto, gli si sono inumiditi gli occhi, ha girato le spalle e se n’è andato». Intanto gli operai della Sis continuavano ad abbattere gli alberi, piantati uno a uno da Giuseppe e Speranza. Marito e moglie li hanno visti crescere, insieme. «Papà», aggiunge Osvaldo, «ancora adesso passava molte ore in quel bosco, lo accudiva come un figlio, puliva i sentieri». E lì tra le fronde mosse dal vento e dal volo degli uccelli, anche loro sfrattati ieri con forza dalle ruspe cingolate della Sis, pensava alla sua Speranza, la ascoltava nel silenzio della natura. «La sua vita era qui», continua Osvaldo, «Lui e mamma sono cresciuti insieme, si sono sposati e solo la morte li ha separati». Una quarantina di anni fa hanno deciso di far crescere un noceto in un angolo della loro campagna, i primi cinquemila metri quadrati trasformati in bosco. «Vent’anni fa», ricorda Osvaldo cresciuto con il fratello in quel bosco, «hanno piantato gli altri alberi fino a coprire una superficie di 25 mila metri quadrati». Quell’area oggi tagliata in due dalle ruspe della Sis, in attesa di coprire la ferita con l’asfalto. Ieri nel bosco della Speranza è stato un via vai continuo di amici dei Piccolotto, di attivisti dei comitati antiPedemontana in arrivo da tutto Il Veneto. Tutti a portare la loro solidarietà. A presidiare il cantiere della Sis, forte di un decreto di esproprio mai contestato - «per forza», sbotta Osvaldo, «non ci è mai stato notificato» - c’erano i carabinieri e gli uomini questura. Giuseppe non ha opposto resistenza. Neppure il figlio. Ci hanno provato i noci e i ciliegi più vecchi, che hanno reso più duro il lavoro delle ruspe. Ma sono stati costretti alla resa, mentre lepri e conigli fuggivano dalle loro tane. «Non finisce qui», annuncia Osvaldo, «Con i nostri avvocati presenteremo un esposto penale, anche contro la Regione, contro il governatore Luca Zaia che a parole dice: “Prima i Veneti”. Venga qui a vedere la devastazione del territorio, il dolore di un anziano che ha sempre lavorato e che continua a farlo, lui sì davvero innamorato di questa terra». L’amarezza è tanta. La rete arancione del cantiere, rafforzata da un’altra metallica stesa dagli operai Sis dopo aver ben piantato i picchetti, spacca il cuore di Giuseppe e dei figli. «Ho chiesto più volte al responsabile degli espropri il motivo per cui non ci è stato notificato nulla. Non mi ha neppure badato», ripete Osvaldo, «Perderemo 12 mila metri quadrati, metà del nostro bosco. Che non sarà più tale, sfregiato da questo nastro di asfalto. Qualcuno ci spieghi il perché di questa operazione, ci illustri i motivi della modalità scelta per entrare in possesso della nostra proprietà. Sembra quasi una vendetta personale».

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