A Treviso architetti e avvocati preferiscono fare i bidelli

Treviso. Paghe più alte rispetto al precariato spinto degli studi legali: il fenomeno dilaga. Moretti, Cgil: «Nelle graduatorie Ata record di domande per una supplenza»

TREVISO. Sempre più giovani avvocati e architetti disposti a fare i supplenti bidelli: lo stipendio è comunque più alto rispetto alle poche centinaia di euro al mese ottenute dal precariato spinto e sottopagato degli studi legali e degli studi di architettura.

È ormai un fenomeno sociale quello dei laureati che chiedono di poter lavorare nella scuola con contratti mordi e fuggi, lunghi tanto quanto il tempo di una supplenza per malattia: come bidelli o, se va bene, come impiegati amministrativi o assistenti tecnici. E se a livello nazionale la cifra delle domande presentate alle scuole ha raggiunto la bellezza di due milioni di candidati, da quest’anno per la prima volta è pure piena zeppa di laureati, oltre che di lavoratori in arrivo da altri settori. Puntando la lente nelle scuole della Marca la conta degli aspiranti bidelli, amministrativi e tecnici è di qualche migliaio di domande presentate agli istituti scolastici.

Laureati inclusi: «Questo è lo spaccato attuale della società che si riflette anche nelle richieste per l’inserimento in graduatoria che sono arrivate nel mese di ottobre con la scadenza del rinnovo delle liste delle graduatorie di istituto del personale Ata», spiega Marco Moretti, responsabile di Ggil scuola Treviso, «I laureati sono aumentati. E non parliamo solo di giovani laureati ma anche di trentenni e quarantenni. E le liste per la prima volta sono piene anche di persone che prima facevano altri lavori. Nel mese di ottobre abbiamo ricevuto più di un migliaio di telefonate da aspiranti Ata. La crisi ci mostra anche questo».

Per la prima volta nelle liste dei precari Ata trevigiani hanno fatto capolino pure gli avvocati. In altri casi si tratta di laureati in materie letterarie, lingue, architettura ed economia. Tutti in lizza per un contratto a tempo determinato: «Non si sono mai viste così tante domande come quest’anno. In tanti hanno scelto di tenersi aperta anche la porta della scuola nel cercare lavoro», conclude Moretti, «Tutti che aspirano a una supplenza. Se tutto va bene per il tempo di una maternità, se va male di qualche settimana». A portare allo scoperto il ritorno a scuola anche da parte di professionisti, soprattutto architetti e avvocati che ora aspirano alla cattedra prima ancora che alla libera professione, è anche la Cisl Scuola di Treviso: «Ci sono ad esempio architetti e altri professionisti che pur avendo scartato la scuola in prima battuta hanno deciso ora di voler tentare il prossimo concorso docenti», spiega Teresa Merotto, referente di Cisl Scuola Treviso, «In modo da aprirsi nuovi sbocchi lavorativi».

E se con la crisi le libere professioni pensano a un lavoro a scuola, chi in cattedra c’è già sta vivendo con il fiato sospeso. Con la paura di perdere il posto. Si tratta della nutrita schiera di insegnanti in possesso del diploma di maturità magistrale conseguito prima del 2001/2002 inseriti l’anno scorso con riserva nelle cosidette Gae, le graduatorie ad esaurimento dalle quali le scuole attingono per assegnare contratti annuali e cattedre di ruolo. Sono almeno 500 i maestri e le maestre trevigiani in attesa tra qualche settimana dell’esito della sentenza del Consiglio di Stato che deciderà se considerare il loro titolo di studio abilitante all’insegnamento.

Solo questo modo supplenze e cattedre di ruolo verranno sanate. Altrimenti il rischio è di vedersi retrocedere nelle graduatorie e di perdere il posto: «Nella tipologia rientrano sia maestre che lavorano da 20 anni nella scuola. E altre che invece non hanno mai lavorato e si sono inserite in graduatoria di recente», dice Michela Gallina della Gilda degli insegnanti di Treviso, «Se la sentenza non darà loro ragione dal primo settembre 2018 rischiamo di trovarci con i primi esodati della scuola. Dalla sentenza auspichiamo la garanzia di continuità per i docenti e la stabilizzazione del lavoro».


 

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