«Facciamo tornare i talenti trevigiani»

L’appello di 10 rappresentanti dell’eccellenza di Marca  «La grande rivoluzione oggi è dare più spazio ai giovani»

TREVISO. I geni di Treviso tornano a casa, almeno per un giorno, e salgono sul palco di Palazzo dei Trecento per raccontarsi e lanciare un appello: «Riportiamo a casa i talenti trevigiani sparsi nel mondo».

Il Ted cittadino, conferenza con format americano che ieri ha fatto il tutto esaurito alla sua prima volta trevigiana, è la vetrina delle storie di chi, partito dalla Marca, ce l’ha fatta. Tutti ricordano le loro radici (il tema della conferenza): c’è chi sale sul palco con una fetta di polenta in mano (è il caso dello storico Danilo Gasparini) e chi con un elmetto della Grande Guerra (l’entomologo Stefano Vanin). E c’è la ricercatrice Francesca Vidotto che lavora in Spagna e tornando nella sua Treviso si commuove. Perché i talenti trevigiani protagonisti del Ted per emergere hanno dovuto fare le valigie e volare a Parigi, Marsiglia, Bilbao, New York, oppure - è il caso della giovane violinista Valeria Zanella - temono di doverle fare presto per continuare con la propria passione. E così il palco dei Trecento a un certo punto si è intriso di nostalgia.

«Mi sono resa conto che ho trascorso tanti anni lontano dalla mia Treviso, quanti quelli vissuti qui» ha raccontato Francesca Vidotto, trevigiana doc, ricercatrice in Fisica teoretica nei Paesi Baschi, «vivo e lavoro all’estero, ma quando parlano di Treviso sento un pugno nello stomaco. Io sono cambiata ma in questi anni anche Treviso è cambiata, è diventata una città colorata e aperta, che cresce e crea, e io posso ancora sentirmi a casa».

A margine degli interventi dal palco, il tema del “ritorno a casa” evocato da Francesca è tornato spesso. «Io mi sento una “pancia in fuga”, perché sono emigrato per avere di che mangiare, mentre cervello e cuore restano ben saldi a casa» ha raccontato Stefano Vanin, entomologo forense in Gran Bretagna, «il trend si potrebbe invertire se a livello scientifico si riprendesse a investire nella ricerca di base e si assumessero i giovani più bravi, anziché gli amici degli amici. Iniziamo a fermare il nepotismo, è il primo passo da fare per riportare i talenti a casa». Il dottor Andrea Martinuzzi, medico neurologo collaboratore dell’Oms, dirige il polo riabilitativo della Nostra Famiglia a Conegliano, ma si è fatto le ossa a Los Angeles: «Per far lavorare in Italia e a Treviso i giovani talenti le risorse ci sarebbero, ma spesso si rompe la catena tra istituzioni pubbliche e private, quasi sempre per colpa di egoismi di una delle due parti. Quella di poter lavorare nel luogo in cui si è cresciuti è un’esigenza che parte dal basso, le istituzioni ne devono tenere conto». È una questione che gli imprenditori conoscono bene: «Apriamo le porte delle fabbriche ai giovani e alle donne, è questa la grande rivoluzione da compiere nei prossimi anni» ha sottolineato dal palco Mariacristina Gribaudi, titolare di Keyline e presidente Fondazione Musei Civici di Venezia, «io non ho paura dei giovani, e loro non devono averne delle persone con i capelli bianchi. Creiamo nelle aziende team misti di ragazzi e ragazze, in cui tutti possano dire quello che pensano».

La più giovane partecipante al Ted è stata una promessa, la violinista Valeria Zanella. Classe 1992, non sa fino a quando potrà sognare di fare della musica un mestiere restando nella Marca: «Per me questo è un tema molto sentito. In Italia soffriamo continuamente tagli alla cultura, è considerata qualcosa su cui non ha senso investire, eppure sono convinta del contrario. Ho partecipato a concorsi musicali in paesi piccolissimi che durante l’evento si sono riempiti, dando lavoro ad alberghi e attività. La cultura è il bene comune, andrebbe considerata diversamente, perché anche con la cultura si può mangiare».

Il pubblico di Ted ha ascoltato e applaudito tutti: «Treviso meritava un Ted, un evento al quale hanno partecipato, nella storia, le menti più brillanti del pianeta, e che oggi ha esaltato la trevigianità» ha spiegato Nicolò Rocco, che ha portato la manifestazione a Palazzo dei Trecento, «un luogo che poteva essere demolito del tutto dopo la guerra, e la cui cicatrice invece è diventata un punto di forza».

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