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Omicidio di Conegliano: otto ore di interrogatorio, il crollo davanti alla sorella

Il giovane assassino crollato dopo l’abbraccio della ragazza in Commissariato. Nei corridoi della polizia in piena notte le urla di dolore della madre di Irina

Federico de Wolanski
2 minuti di lettura

CONEGLIANO. Ha negato e rinnegato per ore. Con il distacco di chi non prova alcun dolore, alcuna sensazione, soprattutto nessun rimpianto. A far crollare la sua maschera di indifferenza è stata la voce della sorella maggiore, entrata dopo ore di interrogatorio nella stanza dove Mihail Savciuc era chiuso dal primo pomeriggio, sottoposto alle continue domande degli investigatori sicuri che avesse qualcosa da nascondere.

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È arrivata in commissariato con gli agenti, seguita dalla madre con il volto rigato di lacrime e pietrificato dallo choc. Lei per Mihail era una sorta di seconda madre, lo seguiva, lo consigliava, lo proteggeva. Chissà se aveva visto nei suoi occhi il pericolo di un gesto folle, l’insidia di chi pare superiore a tutto. Anche lei come tutti i parenti di Irina, madre compresa, non sapeva che la ragazza fosse incinta. E tantomeno sapeva che Mihail potesse essere u futuro padre. Quando è entrata nella stanza dove il 19enne era sotto interrogatorio ha fatto quello che farebbe una sorella, si è avvicinato alla sedia e l’ha abbracciato. Poi, nel silenzio, gli ha fatto la domanda più dolorosa e sincera: «Mihail, che cosa hai fatto?».

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Lui ha reagito con la stessa freddezza che aveva manifestato verso gli agenti fino a poco prima, ma quel contatto familiare, umano, dolorosamente caldo ha creato una crepa nella sua diga di silenzio. «Se hai fatto qualcosa lo devi dire, Mihail, e lo devi dire adesso» ha continuato la sorella tenendogli sempre un braccio sulle spalle.

Un’altra dolce picconata, e la crepa è diventata una frattura. «Mihail, parla per piacere, parla». E la frattura si è fatta crollo. Quando il giovane ha iniziato a raccontare tutto quello che era accaduto domenica sera la sorella non ha smesso di tenerlo stretto, non ha lasciato l’abbraccio, ma lui non ha mai ricambiato. È rimasto sempre immobile, fermo, con le braccia lungo il corpo, freddo nel resoconto, ma freddo anche nei riguardi dei familiari a cui crollava il mondo addosso. Mihail era incensurato, studente, lavorava in un pizzeria alcune serate e passava le altre con gli amici. Pare avesse anche una nuova frequentazione a scuola. Come Irina pare non avesse vicino a sè una figura paterna, di certo non aveva un senso del limite.

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Finito di raccontare quanto era successo i poliziotti lo hano portato in auto e si sono fatti guidare fino a via Manzana. In commissariato paralizzata dallo choc, la sorella ha cercato di riprendere le forze per tornare a casa.

Poco dopo in quelle stesse stanze sarebbero arrivati il sotituto procuratore De Donà per formalizzare lo stato di fermo con l’accusa di omicidio, ma anche la madre di Irina. Lei e Mihail non si sono mai incrociati, ma forse il ragazzo ha sentito le grida delle donna quando le hanno spiegato cosa era successo a sua figlia quattro giorni prima.

I corridoi del commissariato hanno fato eco alle urla di dolore di una madre a cui viene uccisa una figlia, anzi peggio: una famiglia. Irina l’aveva seguita in Italia lasciando la sorella in Moldavia ed ora stava per diventare madre a sua volta regalandole un nipotino o una nipotina. Lei l’ha saputo nell’esatto momento in cui le hanno detto che erano entrambi morti. Irina celava la sua maternità a tutti.

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