L'assalto al portavalori: «Noi chiusi nel blindato sotto una pioggia di spari»

Il racconto di Fabio Schiavon e Boris Col, due dei vigilantes della Civis «Un proiettile ha attraversato il furgone e mi ha ferito a una gamba»

NOALE. «Si muore solo una volta. Questo ho pensato in quegli attimi di inferno». Fabio Schiavon, 56 anni, è uno dei due vigilanti veneziani della Civis rimasti feriti nella furia dell’assalto al portavalori nell’A27. È un uomo altro, robusto, dall’espressione dura di chi nella vita sembra non aver mai avuto paura di nulla, neppure di morire. Eppure martedì sera anche lui ha vacillato. Certo non ha mancato di mettere in atto tutte le procedure d’emergenza dettate da uno specifico protocollo, ma ha vacillato: «Con il lavoro che faccio mi sono trovato diverse volte in situazioni di pericolo, ma così mai. Vedersi davanti un intero commando di uomini che senza indugio né scrupolo alcuno sparano raffiche di colpi di kalashnikov contro di te e il furgone che dovrebbe proteggerti è qualcosa di terribile».

Schiavon viaggiava nel furgone che trasportava la cassaforte con all’interno più di quattro milioni di euro, con lui nello stesso blindato c’erano altri due vigilanti. Poco più indietro, «a circa un chilometro», c’era il furgone della scorta. Dentro altri due uomini: Boris Col, 45 anni, di Spinea, e un altro collega. Il loro è stato il mezzo preso di mira per primo, colpito alle gomme e costretto a fermarsi sotto i colpi di mitraglietta. Uno dei colpi è riuscito a oltrepassare il blindato e a colpire alla gamba destra proprio Col, dipendente Civis da poco più di un anno. L’uomo si trova ricoverato nel reparto di Medicina d’urgenza dell’ospedale di Treviso, indossa una tuta blu e tiene il cellulare vicino: «Ho cercato di portare a casa la vita – racconta dalla stanza del Ca’ Foncello – . Non avevo mai vissuto un assalto armato in prima persona. Quando ho realizzato cosa stava succedendo ho pensato solo a stare calmo e a mantenere il sangue freddo, il più possibile». Durante la sparatoria, Boris Col è rimasto immobile, fermo, dentro all'abitacolo, insieme ai colleghi. Nessuno si è mosso, nessuno ha aperto le portiere: così prevede il protocollo di sicurezza. «Sparavano, sentivamo i colpi – aggiunge – . Un proiettile è entrato nell'abitacolo del mezzo e mi ha raggiunto alla gamba»o. Un'infermiera lo ha appena accompagnato in stanza, dopo aver eseguito altri accertamenti per valutare la situazione della gamba destra e delle schegge che gli hanno lesionato l'arto. Il dolore fisico è sopportabile. «Psicologicamente - aggiunge – ora sono tranquillo, dopo diciannove anni di servizio, si mette in conto che possa accadere qualcosa, anche se si spera non succeda mai» commenta.

Alle spalle il signor Col ha una lunga esperienza sul campo come guardia giurata: prima cinque anni a Ferrara, poi dodici trascorsi alla Compiano North East Service, uno alla Mondialpol di Belluno e da un anno alla Civis. «Ripenso a quanto accaduto, ma fino a quando non ci hanno bloccati ed è successo quello che è successo, non ho avuto sentore di nulla. Naturalmente ora penso solo a essere dimesso presto».

Il collega Fabio Schiavon è invece nella sua casa di Noale: «Boris è stato colpito all’anca. Un proiettile è riuscito a oltrepassare il blindato nonostante i suoi 5 centimetri di spessore. La fortuna è che è stato colpito solo di striscio» racconta Schiavon, che aggiunge: «Facciamo un mestiere in cui mettiamo sempre in conto di essere esposti a rischi molto grossi, anche se io personalmente cerco sempre di tranquillizzare la mia famiglia. La prima cosa che ho fatto quando sono arrivato all’ospedale martedì sera è stata quella di chiamare mia moglie e mio figlio. Non volevo apprendessero la notizia dalla televisione e vedessero immagini così forti».

La Polizia ha interrogato a lungo tutte le guardie giurate della Civis coinvolte nello spettacolare assalto sull’A27. Ogni dettaglio, ogni particolare è al vaglio degli investigatori, che stanno battendo più piste.

La scena che si è presentata ai primi soccorritori martedì sera assomigliava più a quella di un film che alla realtà. «Non siamo mai scesi dai blindati, né durante l’assalto, né subito dopo – aggiunge Schiavon – . Attorno a noi il panorama era desolante. Siamo rimasti immobili in un’autostrada deserta fino all’arrivo della polizia e dei soccorsi». E in questi attimi, prima concitati, poi di eterna attesa, gli stati d’animo dei cinque vigilantes sono stati i più diversi. «Non si reagisce allo stesso modo di fronte al pericolo di morte - conclude Schiavon – . C’era chi pregava, chi era immobilizzato dalla paura, chi, come me, ha cercato di mantenere il sangue freddo».

 

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