Castelfranco, suicida dopo il ricatto a luci rosse su Fb

Coppia accusata di tentata estorsione e della morte della donna conseguente alla diffusione su web delle sue foto osè

CASTELFRANCO. Suicidarsi per la vergogna di veder pubblicate su Facebook proprie foto intime, che violano corpo e anima. Scatti spediti con leggerezza a una persona che non si conosce, tanto per spezzare la noia della vita coniugale, la monotonia. No. Non è questa la storia che si cela dietro al suicidio di una giovane mamma di Castelfranco che, i primi giorni del 2015, ha preso una corda, si è chiusa in bagno e si è impiccata. Oltre un anno di indagini della Procura di Treviso hanno restituito finalmente un quadro nitido di quella terribile vicenda, un quadro completamente diverso da quello ricostruito all’indomani del suicidio.

Quella donna, 40 anni, si è ammazzata perché vittima di una tentata estorsione e di diffamazione aggravata. Dietro a questa tragedia, secondo la Procura, c’è un unico regista che, con la complicità della sua compagna, avrebbe teso una trappola a quella giovane madre, che ha lasciato due figlie in tenerissima età.

Il pubblico ministero Paolo Fietta ha chiuso le indagini sul caso. Il processo è vicino per un napoletano di 35 anni e la sua compagna. I reati contestati pesano come macigni: tentata estorsione, sostituzione di persona, diffamazione aggravata e morte come conseguenza di altro reato. Articoli del codice penale che, calati nella realtà, fanno capire il dramma vissuto da quella madre. Tutto ha inizio poche settimane prima del suicidio: su Facebook viene contattata da un tale, Fabio Schiavone, di 35 anni, titolare della fantomatica Technolgy shop. Lui, aitante nelle foto del suo profilo Facebook, la aggancia con la scusa di venderle due smartphone. Inizia una conversazione che di giorno in giorno si fa sempre più intima. Prima le parole, poi le richieste che si fanno sempre più spinte fino a che lei non cede: gli gira via chat delle foto che la ritraggono in pose tanto inequivocabili quanto osé.

In quel momento è caduta nella trappola: lui, che Fabio Schiavone non era, e tanto meno la sua faccia corrispondeva a quella ritratta nel profilo, inizia a ricattarla: «Dammi duemila euro oppure faccio vedere a tutti che razza di donna sei, le spedisco a tuo marito». La quarantenne non ha duemila euro e sa che, anche se li avesse, il ricatto non sarebbe mai finito. Lei tergiversa finché l’indagato non decide che è scaduto il tempo: quelle foto vengono riversate su Facebook, con tanto di post che descrive i suoi gusti sessuali.

In casa scoppia il putiferio: impossibile spiegare, la rabbia è troppa. La donna non regge e la mattina del 3 gennaio decide che l’unico modo per uscire da questo tunnel è farla finita: prende una corda, bacia le sue figlie, si chiude in bagno. Poi il buio. Il dramma, per i familiari, è senza spiegazione. I carabinieri iniziano a indagare e, tassello dopo tassello, il quadro si chiude. La Procura arriva a quel Fabio Schiavone che ha circuito la donna: in un primo momento all’uomo viene contestata la violazione della privacy e il reato di morte come conseguenza di altro reato. Negli ultimi mesi è emerso il nuovo, terribile retroscena ed ecco che la sua posizione (insieme a quella della sua compagna trentenne) si appesantisce. Il pm, chiuse le indagini, si appresta a chiedere i rinvii a giudizio: per gli indagati il processo è vicino più che mai.

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