A lavoro per l’accoglienza dei profughi con paga da 3 euro all’ora

Alcune coop e privati propongono assunzioni con salario da tirocinio per 4 mesi Cgil sulle barricate. Atalmi: «Giocano al ribasso, la situazione è fuori controllo»

Quattrocento euro al mese per lavorare sei giorni su sette più o meno 7 ore al giorno all’interno di una delle strutture della provincia che accolgono i migranti. È l’offerta di lavoro che si è vista formalizzare una donna che si era rivolta ad uno dei gestori impegnati nell’emergenza immigrazione. Un’offerta da lavoro da “tirocinante” – anche se lei non era certo una studentessa fresca di laurea o diploma – per la durata di 4 mesi. Poi? «Poi vediamo» le hanno risposto. Perchè i contratti con la prefettura sono a tempo determinato, i pagamenti dal minstero in crescente ritardo e la situazione generale, diciamo così, “liquida”. Tanto da apparire torbida.

A sollevare il caso è Nicola Atalmi, responsabile immigrazione per la Cgil di Treviso. Proprio al sindacato si sono rivolti infatti nei giorni scorsi alcuni trevigiani che si erano offerti a Coop e privati per lavorare nei centri di accoglienza. «Da loro il resoconto di una situazione assurda, intollerabile» attacca Atalmi, «esemplare di quanto si stia giocando al ribasso a scapito dei servizi a garanzia dell’accoglienza, e anche della tutela e del rispetto dei lavoratori».

C’è chi si è visto offrire lo stipendio ridicolo per un lavoro con gli oneri di un “indeterminato”, e il professionista psicologo che si è sentito proporre il rimborso da 600 euro per lavorare un mese in una struttura gestendo non le problematiche di un paio di pazienti, ma quelle di tutti gli ospiti. C’è stato il contratto da stagista messo sul tavolo della trattativa con chi, se assunto, avrebbe lavorato da responsabile e altra varia e incredibile casistica.

«C’è chi si è buttato nel business dell’accoglienza senza avere particolari competenze nè umanità» incalza Atalmi, «affidando i suoi guadagni non solo alle fatture del ministero, ma anche ai risparmi nel servizio, una situazione che oggi rischia di aggravarsi ancor più a causa del dilungarsi dei tempi di pagamento da parte dello Stato» che ad oggi, secondo una stima pubblicata dal nostro giornale, si è trasformata in un cumulo di “da pagare” da 10 milioni di euro. «Questa situazione ha fatto sì che alcuni gestori si siano lanciati in proposte di lavoro al massimo ribasso» segue Atalmi, «affidandosi a tipologie contrattuali che possono andare bene per formare giovani nuovi lavoratori e non certo operatori a tempo pieno, oltretutto in ambiti delicati».

Contratti che poi, lamenta la CGil, non hanno alcuna garanzia di essere mantenuti in essere alla scadenza delle concessioni e dei contratti firmati tra prefettura e gestori «visto che negli accordi manca totalmente la clausola sociale». Di qui la richiesta del sindacato al prefetto Laura Lega: «Questa è una realtà che rischia di dilagare e deve essere discussa» dice Atalmi, «i rapporti di lavoro all’interno delle strutture vanno definiti e possibilmente sindacalizzati per evitare situazioni come quelle che si stanno verificando». Ma la Cgil richiama anche l’attenzione sull’urgenza di una strategia sia per la gestione di chi ottiene lo status di rifugiato ed esce dall’accoglienza ritrovandosi in strada senza casa e assistenza, «sia dei tantissimi immigrati che si ritrovano con i fogli di via una volta rigettata la richiesta di asilo.

«I primi vanno presi in carico da qualcuno che possa inserirli nel tessuto lavorativo o indirizzarli» dice Atalmi, «anche sulla base di un progetto ancora gestito dal pubblico. Gli altri vanno rimpatriati. Come? Insegnando loro lavori che possano fare in patria grazie ad accordi stipulati con i loro paesi di origine».

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