Veneto Banca, più di mille denunce / LA MAPPA

Negli esposti presentati in Procura a Treviso la reazione degli azionisti. Gli atti inviati a Roma che indaga per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza bancaria

Sono già oltre un migliaio le denunce contro gli ex vertici di Veneto Banca inviate alla Procura a Treviso. Portano la firma di una parte degli 88.000 azionisti dell’ex popolare che hanno visto ormai azzerata la loro partecipazione nell’istituto di Montebelluna e con essa buona parte dei loro risparmi. In quelle carte si può leggere la rabbia di questi risparmiatori che denunciano di essere stati raggirati dai dipendenti della banca, costretti a comprare azioni con la promessa, poi rivelatasi falsa, di poterle rivendere in qualsiasi momento.

«Da mesi riceviamo una grande quantità di segnalazioni, anche da altre Procure convinte che la titolarità dell’inchiesta sia a Treviso», ha spiegato il procuratore Michele Dalla Costa, «ma siccome l’inchiesta è in realtà incardinata a Roma non possiamo fare altro che girarle ai colleghi della capitale. Valuteranno loro se farle confluire nell’indagine principale per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza bancaria».

I sostituti procuratori titolari dell’inchiesta, Agnello Rossi e Maria Sabina Calabretta, hanno appena chiesto una nuova proroga di sei mesi per la chiusura delle indagini a carico dell’ex amministratore delegato, Vincenzo Consoli, e dell’ex presidente, Flavio Trinca. L’impalcatura dell’accusa, sia per quanto riguarda l’aggiotaggio sia per l’ostacolo alla vigilanza, sta nella relazione ispettiva della Vigilanza Bancaria e Finanziaria della Banca d’Italia. «L’attività del consiglio di amministrazione», avevano scritto gli ispettori di Palazzo Koch, «si è caratterizzata per i forti limiti nella capacità di sorveglianza del management, l’assai modesta dialettica interna e l’inconsistente ruolo di componenti indipendenti». I vertici dell’ex popolare di Asolo e Montebelluna, secondo l'indagine della magistratura, avrebbero quindi portato avanti una politica di finanziamenti finalizzati all’acquisto di azioni proprie. Anche la minimizzazione degli incagli e delle sofferenze, sospettano i magistrati, potrebbe aver nascosto la volontà di presentare in assemblea numeri di bilancio migliori di quelli reali, sempre con l’obiettivo di far crescere il valore delle azioni. Tutte le ipotesi nascono dagli esiti delle ispezioni del 2013, arrivano poi alla Procura di Roma e da lì a quella di Treviso, competente territorialmente per il reato di aggiotaggio (mentre non lo è per l'ostacolo alla vigilanza, fascicolo che resta a Roma dove ha sede la Banca d’Italia). Infine torna a Roma anche l’indagine per aggiotaggio, finalizzato a quello più grave di ostacolo alla vigilanza bancaria. E dalla capitale è stato anche inviato a Montebelluna un consulente, ex Bankitalia, con il compito di analizzare le spese dell’ex Popolare. L’intento è cercare eventuali tracce di sprechi, spese non giustificabili né giustificate. Insomma le prove di una cattiva gestione della banca.

E così, mentre proseguono le indagini della magistratura, monta la rabbia degli azionisti che hanno visto andare in fumo i risparmi di una vita, un fatto certificato anche dalla svalutazione del valore delle azioni decisa dal consiglio di amministrazione dopo il fallimentare pre-marketing. C’è chi si unisce in associazioni cercando una strada comune per avere più peso, chi si affida all’avvocato o semplicemente firma di suo pugno la denuncia contro gli ex vertici della banca. Si tratta di una richiesta collettiva di giustizia da parte di un territorio ferito, non solo nel portafogli. Tutti sostengono di essere stati raggirati da chi ha volutamente “gonfiato” il valore delle azioni di Veneto Banca. Ora tocca alla magistratura capire, e soprattutto provare, se dietro a questo terremoto finanziario ci sia stato il dolo da parte dell’ex management.

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