Treviso, muore di tumore a 19 anni. La sua unica terapia era la cannabis

Per Luca che a 19 anni era bloccato in un letto dell’ospedale Ca’ Foncello, minato da un tumore al cervello in fase irreversibile, senza la possibilità di operare e senza che le terapie tradizionali, classiche, avessero portato benefici

TREVISO. Hanno scelto la cannabis. Per Luca che a 19 anni era bloccato in un letto dell’ospedale Ca’ Foncello, minato da un tumore al cervello in fase irreversibile, senza la possibilità di operare e senza che le terapie tradizionali, classiche, avessero portato benefici.E adesso che Luca non c’è più – è spirato venerdì, dopo due anni di lotta strenua e coraggiosa – vogliono che la loro esperienza non sia vana. Che abbia un senso il dramma di Luca, che lo abbia il calvario di una famiglia allargata che ha sperato, lottato con Luca, e sofferto con lui, fino alla resa definitiva.

E che il dolore, la sofferenza e il lenimento di quella sofferenza tramite la cannabis possa aprire una riflessione, per ridisegnare le frontiere delle cure dei malati tumorali, specie in fase terminale. E alleviare altre mille e mille sofferenze.La terapia alternativa non ha salvato Luca, arresosi dopo una lotta impari, pure sostenuta con tutta la forza di una fibra giovane e aperta alla vita, indomita, pronta mille volte a rialzarsi di fronte agli attacchi del male. Come si può pensare a un tumore, alla soglia della maggiore età e nel piano della tua adolescenza? Ma i familiari hanno potuto vedere gli effetti della cannabis - il preparato galenico si chiama «Bedrolite», che ha solo il principio attivo CBD della cannabis, e non il TCH, quello stupefacente.

Escono allo scoperto, alla vigilia dell’estremo saluto a Luca, (stamani, nella chiesa di Roncade): «Possiamo dire davvero che Luca ha vissuto di più e meglio, decisamente meglio, i suoi ultimi mesi di vita», dicono i familiari, che hanno scritto a caldo una toccante lettera alla Tribuna di Treviso per raccontare la loro esperienza, «dal punto di vista della lotta al dolore e della qualità della vita, anche se nell’ultimo scorcio. È il momento di aprire all’uso della cannabis, e di pensare a quanta sofferenza può essere alleviata. Lo diciamo avendo visto e vissuto sulla nostra pelle, in questi mesi, cos’è la sofferenza e cos’è il sollievo, cosa vuol dire l’assenza di spasmi, cos’è un corpo che non soffre». Mamma Chiara è infermiera, il papà della sorella di Luca è medico: sanno perfettamente di cosa parlano. «Non c’è confronto con morfina e altri preparati farmaceutici: e per la cannabis non ci sono nemmeno controindicazioni». Ci sarebbe anche un risvolto economico, al di là della preminente dimensione medica : prodotta su scala industriale, il costo della cannabis sarebbero almeno dieci volte inferiori.

A quanto consta, Luca è il primo caso veneto di un degente oncologico trattato con una terapia sistematica di cannabis. All’inizio l’acquistavano in altre regioni italiane - poi è stato un neurochirurgo dell’Usl 9, con master in terapia antalgica a prescrivere il preparato, che può essere somministrato solo ed esclusivamente per terapia antalgica o patologie quali la sclerosi multipla. Il medico ha certificato come Luca avesse assoluta necessità della cannabis per alleviare le neuropatie, refrattarie a tutti gli altri farmaci. E il servizio sanitario nazionale, come può fare dal 2015, l’ha passato. Paradossalmente, una sindrome tumorale non è sufficiente - di suo - a ottenere la cannabis. E possono prescriverla solo uno specialista in terapia antalgica o un neurologo.

«L’azione antitumorale della cannabis è tuttora da dimostrare, anche se ci sono sperimentazioni in corso in diversi paesi del mondo, su questo aspetto, che stanno attirando l’interesse degli specialisti», dicono i familiari, «ma è indubbia, incontestabile la sua efficacia. Formidabile addirittura nell’alleviare il dolore, nell’eliminare ogni fenomeno di spasticità. E quello che era documentato l’abbiamo potuto vedere direttamente, negli ultimi mesi di vita di Luca, da quando ha cominciato la terapia con la cannabis il suo quadro è cambiato, anche se purtroppo non è servita contro il male. Dobbiamo ringraziare lo specialista che ci ha consentito di poter avere il Bedrolite direttamente dalla farmacia dell’ospedale: lì un farmacista sa prepararlo perfettamente, in maniera artigianale». Un tocco di antica sapienza farmaceutica, di erbe, di una cura meno chimica e più naturale.

C’è anche un altro preparato della cannabis, in commercio: il Bedrocam, infuso tipo thè (e questo sì contiene anche il Tch , principio attivo stupefacente). Ma su Luca, per il dosaggio necessario alla sua terribile condizione, è stato adottato il Bedrolite, una sorta di resina densa, che si può somministrare in capsule o diluire nel latte. Per combattere efficacemente, finalmente, quel dolore che tanto spesso sfida ogni nostra ragione, ogni logica, la stessa fede. E intacca ogni certezza.

 

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