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I sommersi e i salvati, ecco chi ha perso con Veneto Banca

Quasi la metà dei soci ha acquistato i titoli dopo il 2011, ai valori massimi. Gli azionisti della prima ora non ci rimettono nulla, ammortizzano con i dividendi

Fabio Poloni
2 minuti di lettura
l'assemblea dei piccoli azionisti a Crespano del Grappa (foto Maccagnan) 

TREVISO. Quindici anni di crescita impetuosa distrutti in pochi mesi. «E tu quanto hai perso?»: rispondere a questa domanda, che i soci si fanno tra di loro sottovoce, non è facile. È una questione di timing. Dipende, sostanzialmente, da quando hai comprato le azioni. Se lo hai fatto al momento di massimo splendore, in pratica dal 2006 in poi, sono dolori. Se invece sei un socio storico, entrato a fine anni Novanta, probabilmente cadrai in piedi: ora la mazzata è pesante, ma negli anni avevi visto incrementare il valore delle azioni (rimasto teorico, se non le hai vendute) ma soprattutto ti sei intascato dividendi più o meno lauti (fino a 72 centesimi per azione, nel 2000).

Complessivamente Veneto Banca ha “bruciato” qualcosa come 3,6 miliardi di euro di capitalizzazione tra il 18 aprile (data dell’assemblea che ha dato la prima sforbiciata pesante al valore delle azioni, da 39,50 a 30,50 euro) e il 2 dicembre di quest’anno (quando è stato fissato a 7,30 euro il valore del diritto di recesso, in attesa del valore reale post quotazione in Borsa). Una montagna di denaro, e molti sono rimasti certamente ustionati, più che scottati. Un dato è significativo: oggi i soci dell’ex Popolare di Asolo e Montebelluna sono circa 88 mila.

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Al 31 dicembre del 2011 erano 46.500: questo significa che quasi la metà di quelli attuali sono “entrati” dopo quella data, e quindi a valori di carico uguali o superiori ai 39,50 euro per azione (il picco, 40,25 euro, è stato toccato nel 2012). Insomma, per tutti questi il teorico valore fissato a 7,30 euro per il diritto di recesso significa davvero un crollo verticale del proprio investimento: se hai comprato a 39,50 e rivendi a 7,30 vuol dire che hai bruciato l’81,5% del tuo investimento. E non hai beneficiato granché dei dividendi, incassati solo per due o tre anni. Un bagno di sangue. È andata decisamente meglio, invece, a un ipotetico socio della prima ora che ha comprato le azioni ancora in lire nell’ormai lontano 1997.

Facciamo un esempio: se ha preso 300 azioni ha speso l’equivalente attuale di 4.212 euro. Tra il 1997 e il 2011, con trecento azioni in tasca ha staccato dividendi per 2.655 euro. Ora, al valore teorico di 7,30 euro per azione (anche se c’è chi, Consoli in primis, sostiene che il valore “reale”, di libro, sia tra i 18 e i 20 euro), il tuo pacchetto vale 2.190 euro. Insomma, hai speso 4.212 euro nel 1997 e oggi ne hai (tra cedole incassate e valore residuo) 4.845. Insomma, un modesto guadagno che al netto dell’inflazione diventa un sostanziale pareggio. Generalizzare, quindi, è un esercizio rischioso.

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Certo, la vicenda socialmente - e penalmente - più rilevante è quella che riguarda chi è diventato socio dopo che le azioni hanno toccato il loro zenit. La lente della Procura di Roma (e prima anche di quella di Treviso) si è focalizzata sulle modalità di vendita di questi ultimi anni e sul meccanismo di valutazione delle azioni. Quanti risparmiatori sono stati “forzati” all’acquisto, dipinto come necessario dalla banca per ottenere mutui o linee di credito ai piccoli imprenditori? Quanti erano effettivamente consapevoli che le azioni sono comunque un prodotto finanziario rischioso? E quali meccanismi hanno tenuto il valore delle azioni così alto anche quando i bilanci della banca hanno iniziato a mostrare il fiatone? Le risposte arriveranno nei prossimi mesi nelle aule di giustizia: cause ed esposti si contano già a centinaia. Ora Veneto Banca ha pronta l’azione di responsabilità contro i vecchi vertici. Come a dire: a pagare sia chi ci ha portati in questa situazione. (f.p.) @fabio_poloni 

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