Azienda fa crac e accusa Veneto Banca, chiesto risarcimento da 62 milioni

Veneto Banca, l'infuocata assemblea di azionisti

La milanese Fin.Pro, poi fallita, denuncia: «A fronte di finanziamenti imposto l’acquisto di azioni, bonifici in bianco come garanzia»

TREVISO. Una richiesta di risarcimento danni stratosferica, da oltre 62 milioni di euro. Avanzata da Roberto Gatti, ex titolare di Fin.Pro Spa, con sede a Milano, che operava nel campo dell’alta tecnologia, nei confronti di Veneto Banca. L’atto di citazione contro la popolare di Montebelluna è stato depositato lo scorso settembre. L’udienza di fronte al giudice civile del tribunale di Treviso, Luca Deli, era stata fissata per il 18 dicembre. Poi rimandata al 26 febbraio dopo che la Fin.Pro. Spa, travolta dalle circostanze contenute nell’atto di citazione di venticinque pagine, è stata costretta a chiedere prima l’accesso alla procedura di concordato preventivo, poi ad alzare bandiera bianca. Il fallimento è stato dichiarato dal tribunale di Milano nell’agosto scorso. Una sentenza che ha decretato la fine di una società che, fondata nel 1991, con quattro consociate, contava un centinaio di dipendenti ed fatturava più di 30 milioni di euro.

Le vicende a cui fa riferimento l’atto di citazione, depositato in tribunale dal legale rappresentante di Roberto Gatti, l’avvocato Antonio Paglia, fanno riferimento agli anni 2010-2014. I primi rapporti contrattuali tra Fin.Pro e Veneto Banca vengono avviati nel maggio del 2010, attraverso Banca Popolare di Intra poi entrata a far parte del gruppo Veneto Banca Holding. «Una rapporto contrattuale anomalo: la Banca dinanzi alle richieste di finanziamento della ricorrente offriva finanziamenti doppi imponendo l’acquisto di azioni proprie di VB», si legge nell’atto.

Diversi gli esempi citati. «Nel dicembre del 2012 Fin.Pro acquista azioni di Veneto Banca per 200.042,500 euro, come garanzia specifica richiesta dalla banca. Poi ottiene un finanziamento di 530 mila euro con cui Fin.Pro rientra di quanto speso per le azioni, potendo utilizzare il restante credito- quanto poi inizialmente chiesto». L’operazione contestata che avrebbe portato al crac aziendale risale al 2013. «Fin.Pro andava bene, ma era arrivato il momento di crescere. Ci rivolgiamo a consulenti, viene redatto un nuovo piano industriale che avrebbe dovuto portare nel giro di tre anni un utile di 45 milioni di euro», spiega Roberto Gatti, «a quel punto però c’è bisogno di liquidità, cerchiamo investitori».

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Si fanno avanti alcuni imprenditori di Seregno mettono sul piatto 2 milioni di euro. Si opta però però per la “leva 1:2” ( con un finanziamento di 2, il richiedente apporta uno, che viene lasciato come deposito). «Controvoglia torno da Veneto Banca che impone due condizioni: l’acquisto di un quantitativo sostanzioso di azioni e una leva da tre milioni per un finanziamento di sei», spiega Gatti. Gli investitori si defilano, definendo la proposta di accordo un “ricatto”. Fin.Pro procede da sola. «L’operazione», si legge nell’atto di citazione, «sarebbe stata finanziata da Veneto Banca, conun’operazione di acquisto di azioni da tre milioni e tre milioni di finanziamento alla Fin.Pro (in realtà sei per coprire anche i tre per l’acquisto di azioni)».

«Nel giugno 2013 mi reco in banca per firmare le carte. A titolo di garanzia- mi hanno detto- mi fanno firmare anche tre bonifici in bianco». Ed ecco le tappe dell’operazione alla fine della quale Fin.pro non avrebbe visto un euro: il 28 giugno 2013 il prefinanziamento di 3 milioni finalizzato all’acquisto di azioni di Veneto Banca. Il 5 luglio viene erogato il mutuo da 3 milioni di euro.

«Peccato che lo stesso giorno mi siano stati addebitati 1,7 milioni per chiusura delle linee di finanziamento, e 1,2 milioni di euro per rimborso anticipato di capitale, ma lo stesso giorno in cui ho ricevuto il finanziamento? Nemmeno un folle», dice Gatti che insinua siano stati utilizzati quei bonifici in bianco, mentre lui, tra l’altro si trovava all’estero, «a fine dicembre venivano venduti i titoli azionari della banca da parte della stessa, poi accreditato il contro per 3 milioni e poi addebitata la stessa cifra per estinzione di finanziamento». Poi il crac. Il 26 febbraio il giudice dovrà pronunciarsi sulla richiesta di risarcimento da 62 milioni di euro, di questi 45 milioni sono la marginalità lorda che avrebbe incassato l’azienda nei prossimi tre anni se il piano industriale fosse stato implementato.

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