In evidenza
Sezioni
Magazine
Annunci
Quotidiani GNN
Comuni

Veneto Banca ha bruciato tre miliardi di euro

Perso da aprile l'81 per cento di capitalizzazione. E il recesso resta virtuale, non ci sono fondi

Fabio Poloni
2 minuti di lettura

«Prego, l’uscita è quella. Però lasci pure qui l’81% del suo denaro». Se il maggiordomo di Veneto Banca indicasse ai soci la strada per uscire, potrebbe usare più o meno queste parole. La “mazzata” era nell’aria da mesi: mercoledì sera il cda dell’ex Popolare di Asolo e Montebelluna ha fissato il valore delle azioni a 7,30 centesimi di euro per chi volesse avvalersi del diritto di recesso. Oltre al danno del valore distrutto (ad aprile il titolo valeva 39 euro e mezzo, da quella data complessivamente sono andati in fumo oltre 3,6 miliardi di euro di capitalizzazione dell’istituto, ovvero l’81%) c’è la beffa che quella porta d’uscita, restando in tema di maggiordomo che la indica, potrebbe essere finta, disegnata sul muro.

Insomma: Veneto Banca non rimborserà nulla ai soci che opteranno per il recesso a fronte della trasformazione della banca popolare in Spa. Il Cda presieduto da Pierluigi Bolla, infatti, ha sì deliberato in 7,3 euro il valore unitario di liquidazione delle azioni ordinarie, ma alla luce di un pesante deficit di capitale la banca ha previsto «la limitazione in tutto e senza limiti di tempo del rimborso delle azioni con fondi propri». Molti piccoli azionisti, nei mesi scorsi, hanno definito con una parola la loro situazione: «ostaggi». Oggi non cambia, di fatto, e l’unica vera via di uscita si aprirà con la quotazione in Borsa, verosimilmente in aprile.

A quale prezzo avverrà lo sbarco in Borsa lo si deciderà a fine marzo, quando sarà definita la cosiddetta “forchetta”, ovvero il valore minimo e massimo entro i quali si collocherà poi quello effettivo. Che potrebbe essere addirittura più basso di questi 7,30 euro indicati come diritto (virtuale) di recesso, ma questa è solo un’ipotesi: secondo alcuni analisti, invece, il valore fissato mercoledì è al “pavimento”, volutamente basso per scoraggiare i recessionisti e favorire il consorzio di garanzia nella sottoscrizione dell’aumento di capitale.

Saranno settimane roventi, fino all’assemblea del 19 dicembre chiamata a esprimersi sulla trasformazione in Spa, sulla quotazione in Borsa e sull’aumento di capitale. Le associazioni degli azionisti, più nolenti che volenti, sembrano ormai rassegnate: votare «sì» è l’unica strada. L’alternativa sarebbe quella di costringere la banca a “smantellare” e scendere sotto gli otto miliardi di euro di attivo, in modo da uscire dall’obbligo di trasformazione in Spa: ha senso? O i danni sarebbero ancora maggiori? L’unica cosa da fare, ormai, sembra ingoiare il rospo, dimenticarsi le azioni nel cassetto, dimenticarsi ancora di più il loro valore di qualche mese fa e sperare che il nuovo corso di Montebelluna - bilanci ripuliti, crediti rimessi in ordine - torni a produrre valore per la banca e per i soci entro un numero ragionevole di anni. Non sarà facile: di pazienza - oltre che di soldi - in tasca agli azionisti ne è rimasta davvero poca.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori