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Veneto Banca, altri otto amministratori sotto la lente

Sequestrati cinque anni di posta elettronica, documenti e delibere del Cda. "Operazione fuori dalle regole di Bankitalia"

Daniele Ferrazza
3 minuti di lettura
La sede di Veneto Banca 

Le Procure di Roma e Treviso. Non si è ancora spenta l’eco del clamoroso blitz della Guardia di finanza che affiorano i primi spunti investigativi. Dai quali si intuiscono alcuni elementi sui quali si stanno concentrando le Fiamme gialle coordinate dal Procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi e dal sostituto Francesca Loy. Il blitz sarebbe scattato all’indomani dell’indiscrezione secondo la quale la banca di Montebelluna stava per rinnovare il contratto al manager Consoli. Un elemento che avrebbe provocato l’irritazione degli ambienti romani che avrebbero - a torto o a ragione - preso di mira il banchiere di Montebelluna e con lui Veneto Banca. Il timore che Consoli potesse - con la sua presenza in ruoli esecutivi - in qualche modo ostacolare l’accertamento dei fatti avrebbe accelerato (e spettacolarizzato) il blitz negli uffici Chief risk officer, Amministrazione, Direzione legale, Finanza di gruppo, crediti e direzione commerciale di Veneto Banca.

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La relazione Bankitalia. La base dell’indagine è tuttavia la relazione finale ispettiva, composta di una cinquantina di pagine, datata 6 novembre 2013 e firmata dal responsabile della Vigilanza Bancaria e Finanziaria della Banca d’Italia. Un dossier dai toni perentori che denuncia in tutta evidenza la «figura egemonizzante» dell’allora amministratore delegato Vincenzo Consoli. «L’attività del Consiglio di amministrazione – scrive Banca d’Italia – si è caratterizzata per i forti limiti nella capacità di sorveglianza del management, l’assai modesta dialettica interna e l’inconsistente ruolo di componenti indipendenti. Il consesso è dominato dalla figura dell’Amministratore delegato Vincenzo Consoli e del presidente Flavio Trinca, le cui proposte vengono approvate pressoché sistematicamente all’unanimità».

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Il sistema Consoli. Ma c’è dell’altro. Nel «sistema Consoli» esisteva una diffusa prassi di affidamenti a membri del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale o a società ad essi collegate. In alcuni casi, anche a coniugi degli amministratori. Un’analisi che portò Banca d’Italia a ordinare a Veneto Banca di «assumere ogni iniziativa necessaria a prevenire, gestire e rimuovere situazioni di conflitto di interessi, cessare ogni erogazione di credito a favore dei componenti del Consiglio di amministrazione, del collegio sindacale e dei soggetti a questi correlati». E infatti, dal mese di novembre 2013, sono state interrotte su disposizione della Vigilanza tutte le erogazioni a membri del Cda. Al setaccio vi sono alcune operazioni di affidamenti legati a garanzie immobiliari carenti o comunque scadenti.
 

Gli otto nomi. Tutti i componenti dell'ex consiglio di amministrazione di Veneto Banca, assieme ai probiviri, ai componenti del collegio sindacale e all'ex direttore generale sarebbero sotto la lente di ingrandimento della procura  con l'accusa di aggiotaggio. L'iscrizione è avvenuta in seguito al blitz della Finanza deciso dalla procura di Roma che sta indagando sugli ex vertici dell'istituto di Montebelluna con l'accusa di "ostacolo alla vigilanza". Sotto la lente le operazioni compiute a livello personale dagli amministratori Attilio Carlesso, Luigi Terzoli, Gianfranco Zoppas, Francesco Biasia, Franco Antiga, Michele Stiz nonché, appunto, Trinca e Consoli. L’operazione relativa all’ex sindaco Stiz riguarda una serie di affidamenti per 32 milioni di euro, coperti da garanzie immobiliari, a società a lui riconducibili. Secondo la Vigilanza alcune di queste operazioni non avrebbero seguito le procedure previste dal Testo unico bancario in situazioni di potenziale conflitto di interesse. La Procura sta cercando di capire se esistano profili di responsabilità penali.

Trinca. Al setaccio sono finiti anche tutti gli affidamenti erogati da Veneto Banca a più di un centinaio di società legate agli ex amministratori. L’ex presidente Flavio Trinca, ad esempio, figurava di essere componente (e in 13 casi anche presidente) in ventuno collegi sindacali di società come D.B.Group, Della Toffola, Doimo arredamenti, Fashion Box, Frezza spa, Maglificio Montegrappa, Montelvini, Stonefly, Pati per citare i più noti. Gli ispettori hanno voluto esaminare tutte le posizioni creditizie di tutte le società, sottolineando caso per caso in quali di queste la procedura seguita non sarebbe stata coerente con il testo unico bancario.

La masseria del direttore. Sotto la lente anche alcune operazioni immobiliari legate a Consoli: l’acquisto di un palazzetto nel centro di Vicenza per una cifra vicina ai 4 milioni di euro (con un mutuo di Veneto Banca di tre milioni) dove attualmente risiede e l’acquisto nel 2008, attraverso la moglie, della Masseria Cuturi in provincia di Taranto (270 ettari) in società con la moglie di Bruno Vespa, Augusta Iannini, e la moglie del dentista padovano Paolo Rossi Chauvenet, ex amministratore di Veneto Banca. Insomma, un lavoro «ponderoso» - per usare le parole della Procura di Roma - che richiederà alcuni mesi prima di sfociare in un provvedimento compiuto. Ma che certamente getta una lunga ombra sul «sistema» in essere, fino al novembre 2013, nella banca.
Tre ispezioni. Tolti gli stress test, sono tre le ispezioni che tra luglio 2012 e agosto 2013 hanno riguardato Veneto Banca: l’ultima è stata la più rovinosa.

Il primo accertamento ispettivo porta la data del 3 luglio 2012, nella controllata Bim di Torino, conclusosi con un sanzioni pari a 1,1 milioni di euro per gli amministratori: Trinca e Consoli, in quella occasione, se la cavarono con 24.500 euro a testa, mentre l’amministratore delegato di Bim, Pietro D’Aguì, fu sanzionato per 190 mila euro.
Il secondo accertamento, iniziato il 7 gennaio 2013, riguardò essenzialmente la qualità del credito e si concluse il 12 aprile con la richiesta di cospicui accantonamenti .

Ma appena tre giorni dopo, il 15 aprile 2013, iniziò l’accertamento ispettivo ordinario, durato tre mesi e mezzo (si concluse l’8 agosto) che portò a una pesante condanna degli amministratori: sanzioni per complessivi 2,7 milioni di euro (208 mila solo per Consoli, 199 mila per Trinca) e un dispositivo che annunciava tempesta: «Azzeramento totale del consiglio di amministrazione», passo indietro delle «figure egemonizzanti», «integrazione con altro intermediario di adeguato standing da attuarsi nel più breve tempo possibile». Era il novembre 2013: la Procura è arrivata prima.
 

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