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Il degrado dell’abbazia. Appello a Zaia

Follina: il campanile perde pezzi, scalinata chiusa, infiltrazioni e cedimenti dappertutto. Padre Luciano chiede aiuto a istituzioni e fedeli: «Qualcuno ci dia una mano»

di Andrea De Polo
3 minuti di lettura

FOLLINA. Un gioiello maltrattato. Dimenticato dalle istituzioni, protetto e difeso solo da quattro frati, che stoicamente provano a resistere tra offerte in calo, disinteresse dello Stato, gravi problemi di sicurezza. Se la passa davvero male la storica abbazia di Santa Maria a Follina. Un antico monastero cistercense, uno dei siti più caratteristici della Marca e del Veneto, oggi casa dei “Servi di Maria”: quattro religiosi che, oltre alla normale attività quotidiane, devono pensare alle scolaresche e ai turisti (che continuano ad accorrere numerosi), e alla conservazione del loro convento. Il campanile perde i pezzi (si è staccato uno spigolo della copertura), la scalinata di San Carlo Borromeo è stata chiusa per problemi strutturali, l’intero complesso è minacciato da infiltrazioni, crepe, cedimenti. Ma non ci sono i soldi per il profondo restauro di cui avrebbe bisogno.

La preoccupazione del vescovo. Del degrado che minaccia uno degli angoli più significativi della Marca è stato messo al corrente anche il vescovo Corrado Pizziolo, nei giorni scorsi in visita pastorale a Follina. La proprietà di buona parte della struttura è della diocesi. E dovrebbe essere proprio l’Ufficio diocesano per l’Arte Sacra a stilare un primo rapporto sui “mali” dell’abbazia, per poi stabilire un piano di interventi e un ordine di priorità, e iniziare la ricerca dei fondi. Un architetto vittoriese ha già effettuato un sopralluogo, e fotografato le maggiori criticità dell’intero complesso. Il rapporto della diocesi di Vittorio Veneto, però, rischia di essere assai lungo.

Le criticità all’esterno. Prima ancora che padre Luciano Torniero, parroco dell’abbazia, ci apra le porte del chiostro e degli antichi alloggi dei monaci, il degrado del sito appare evidente già all’ingresso. Il campanile perde i pezzi, anche se a occhio nudo non si vede. La scalinata di San Carlo Borromeo, costruita nel Cinquecento, è fuori uso: le infiltrazioni hanno provocato lo scivolamento dei gradini, l’area è transennata, il turista sbatte subito contro un cartello di divieto d’accesso. Aggirando l’ostacolo, e varcando l’antico portone sulla facciata dell’abbazia, si raggiunge il chiostro, edificato nel 1268. Dove le frequenti infiltrazioni d’acqua hanno generato la comparsa di muschi, erba e altra vegetazione sul tetto, un vero pugno negli occhi che deturpa il piccolo gioiello del chiostro. Dal chiostrino dell’abate, poco distante, si nota il cattivo stato dell’ala porticata. A occhio nudo è evidente un avvallamento sul soffitto; le tegole del porticato sono mosse, la precarietà dell’intera struttura sembra evidente, il degrado è evidente.

Le crepe nelle ex stanze dei monaci. La situazione non migliora negli interni dello stabile. In chiesa, le opere d’arte soffrono: l’impianto di illuminazione non è adeguato, e i capolavori restano nell’ombra. Va addirittura peggio nelle antiche stanze in cui dormivano i monaci dell’abbazia. È un’area normalmente chiusa al pubblico, padre Luciano ci accompagna per farci capire che quell’intera area dell’edificio potrebbe essere sfruttata decisamente meglio, magari per dare ospitalità ai gruppi di preghiera che a volte chiedono di potersi fermare nell’abbazia. La risposta, purtroppo, è sempre negativa, perché in quelle stanze non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie a garantire una notte tranquilla agli ospiti desiderosi di restare. Numerose crepe strutturali segnano le camere dei monaci lungo l’intero lato del muro, e i corridoi delle stanze sono nelle stesse condizioni. Sotto i piedi, la sensazione (non proprio rassicurante, tutt’altro) di camminare su un pavimento ondulato, e instabile. I quattro monaci rimasti dormono nella foresteria, che, seppur in condizioni migliori, avrebbe a sua volta bisogno di un restauro piuttosto complesso per essere totalmente sicura.

La lampada e il chierichetto. Disagi piccoli e grandi: se i problemi strutturali necessitano di un profondo restauro, fissare una lampada sopra l’altare dovrebbe essere alla portata di tutti. Ma la lampada è (troppo) in alto, e i quattro frati, da soli, non ce la fanno: padre Luciano racconta di aver chiamato un elettricista che, fornito di scala e attrezzi del mestiere, ha fissato il faro all’interno della chiesa, sopra l’altare. E ha spiegato ai religiosi che era in condizioni così precarie da rischiare di cadere in testa a un chierichetto da un momento all’altro. Piccole manutenzioni per le quali, manco a dirlo, scarseggiano i soldi: «Le offerte dei fedeli sono molto calate», spiega padre Luciano. Troppo rumore all’offertorio: nella cesta delle offerte finiscono i centesimi di euro, al posto delle banconote. «E quest’anno abbiamo speso 2.200 euro di gas, solo per scaldare la chiesa» ricorda ancora padre Luciano. «Come facciamo? Rivolgiamo un appello al governatore Luca Zaia, perché si interessi di questa abbazia. Qualcuno ci deve dare una mano. È un monumento, un vero gioiello della nostra terra, arrivano da ogni parte d’Italia per visitarla. Però guardate in che condizioni è ora».

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DEL DEGRADO DELL’ABBAZIA

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