La grande bolla del Piccolo Padre e le conseguenze della zona gialla veneta

Il bluff che ha ispirato una falsa sicurezza nella popolazione, la palese inattendibilità degli esiti dei tamponi rapidi e soprattutto il teatrino politico del “tutto sotto controllo”

Quello che è accaduto in Veneto dal 3 novembre, quando il dpcm del Governo istituì le zone di rischio, non è facilmente spiegabile a meno di far riferimento a un libro glorioso uscito in Italia diciotto anni fa. Allora Instar Libri pubblicò “Baburu – I Figli della Grande Bolla”, di Karl Taro Greenfeld, che parlava dei comportamenti dei ragazzi di Tokyo durante la bolla speculativa giapponese della fine degli anni ’80. Erano comportamenti dettati da un agio contingente che s’infransero quando il mercato immobiliare crollò e tutto improvvisamente tornò a una realtà molto diversa, molto meno illusoria.

A mio avviso non c’è nulla di più calzante del considerare un “Baburu”, che tradotto significa “La Bolla”, la successione degli accadimenti veneti dal primo lockdown a ora.


Quando il Governatore duellò col Consiglio dei Ministri a suon di letti di terapia intensiva (“anche i bambini sanno quanti posti di terapia intensiva ci sono in Veneto”, cit.) per ottenere la Zona Gialla, nessuno o pochissimi dubitavano che, alla luce di quanto accaduto tra marzo e ottobre, la seconda ondata del virus si sarebbe frantumata contro lo scafo della Grande Sanità Veneta.

I motivi d’una simile certezza li conoscono tutti: il contenimento del contagio e dei decessi, nonché la quotidiana e rassicurante presenza del Presidente nelle conferenze stampa che lo avevano elevato al ruolo d’un Piccolo Padre protettore dei veneti. Io stesso, seduto a una pizzeria subito dopo la conclusione del lockdown, ascoltando il commensale d’un tavolo vicino alzare trionfalmente la voce e dire: “Zaia ha fatto un lavoro meraviglioso, pensa se a gestire ’sta roba ci fosse stata la Sinistra”, ho abbassato il capo e ho pensato triste “Beh! Effettivamente…”.

Lo stesso però, a mia parziale discolpa, pensavano anche altrove: in Emilia e in Toscana.

La gestione sanitaria del lockdown aveva indotto un importante esponente del centro sinistra toscano, spesso a Mestre per lavoro, a confessarmi sottovoce: “Guarda che un sacco di gente della nostra parte politica alle elezioni regionali voterà Zaia, perché la vostra sanità in questo periodo è stata splendida”, mentre un collaboratore di Bonacini aveva scosso la testa e aveva ammesso a malincuore: “Beh, bisogna dire che la vostra sanità ha retto meglio della nostra”.

Perciò tutti si aspettavano che la Zona Gialla veneta si sarebbe vigorosamente opposta alla seconda ondata, ma poi, improvvisamente, più o meno un mese fa, qualcosa è cambiato.

Ciò che ha scosso tutti è stata l’incredibile circostanza che il Veneto avesse superato per numero di contagi la Lombardia, fino ad allora la regione più gravemente maramaldeggiata dal Covid.

“E’ che noi bracchiamo il contagio. Coi tamponi lo inseguiamo come segugi, come nessuno fa in Italia. Nessun focolaio sfugge al nostro controllo”.

Una simile dichiarazione era senza dubbio confortante e instillava la sicurezza che il Piccolo Padre e i suoi uomini vegliavano accuratamente sul proprio popolo.

Poi però il numero dei morti, l’unico parametro drammaticamente certo per comprendere l’evoluzione dell’epidemia nel territorio, ha cominciato a salire e a mantenersi elevato per molto tempo ed ecco che molti, ripresisi dall’effetto della sorpresa e di ciò che non s’attendeva minimamente, hanno cominciato a chiedersi cosa stesse accadendo e come fosse capitato che la regione pochi mesi prima così virtuosa occupasse adesso il drammatico posto della Lombardia.

La risposta “E’ che noi coi tamponi bracchiamo il contagio…” s’infrangeva sugli scogli terribili del numero dei morti, perché, per le incorruttibili leggi della matematica, non si può sostenere che una regione con un numero di decessi inferiore abbia un numero di contagi superiore.

Nel corso delle settimane successive, non apparendo alcun segnale di ridimensionamento del numero dei decessi, mano a mano si diffondeva l’idea che la grande efficienza sanitaria, così tanto sbandierata e così superiore a quella delle altre regioni, fosse null’altro che un bluff.

Al contempo diventava sempre più evidente che la capillare capacità di resistenza della sanità veneta, che ha peculiarità simili a quella emiliana, era esistita solo grazie al fondamentale ausilio del lockdown nazionale, mentre s’era trasformata in una trappola quando s’era affermato, con una certa sprotaggine: “Noi sappiamo fare il nostro lavoro meglio di tutti gli altri”.

La capacità di resistenza del “controllo accurato e capillare” s’era drammaticamente sfaldata di fronte all’inattendibilità degli esiti dei tamponi rapidi, troppo spesso sconfessati dai successivi molecolari, creando situazioni pericolose di contagio, ma che tuttavia veniva spasmodicamente affermata per tenere in piedi il teatrino del “tutto sotto controllo grazie all’enorme numero di tamponi”.

Questo mentre dall’Emilia giungevano messaggi precisi: “Non vi potete fidare dei tamponi rapidi, non sono abbastanza attendibili. Rischiate di mandare in giro un sacco di falsi negativi”.

Perciò oggi è più che mai lampante che la grande Zona Gialla veneta è stata solo un bluff, o come si diceva all’inizio “una grande bolla”, e che il cartaio ha adottato un piano che i frequentatori delle case da gioco conoscono molto bene: “L’unica strategia che vince nel poker è il bluff”.

Peccato che il nascere e il persistere d’una simile tattica abbia sia degli strascichi molto gravi, la diffusione incontrollata del virus e il numero elevato dei decessi, ma al contempo sottenda altre piccole seccature, certo infinitamente meno serie, ma che tuttavia fanno arricciare un poco il naso, come per starnutire. Sono trascurabilissimi rododendri a sfondo politico locale che coinvolgono, per esempio, quelli che come me vivono a Castelfranco Veneto in cui la coalizione di Centro Sinistra ha perduto le elezioni amministrative per poco più di quattrocento voti.

Prima che si andasse alle urne ero certo che il Centro Destra avrebbe vinto a mani basse, visto che il Governatore e tutte le sue grandi opere a tutela dei veneti durante il lockdown, che io stesso riconoscevo, avevano intensamente riverberato a favore del candidato uscente, perciò avevo accolto il risultato negativo con una certa soddisfazione visto il ridottissimo scarto.

Ora però, avendo compreso che a settembre si è abboccato a un ben congegnato bluff propagandistico e dopo aver appena trascorso un paio di notti in bianco a causa d’un tampone rapido falso positivo, la soddisfazione è molto minore.

Tuttavia, lo sanno tutti, il croupier fa girare la ruota, lancia la pallina e grida ogni volta il suo inconfondibile “Rien Va Plus!”. —

*Marco Ballestracci ha 55 anni è nato in Svizzera ma vive da sempre a Castelfranco Veneto. È stato musicista di blues e giornalista musicale. Il suo primo libro – Il compagno di viaggio. 9 racconti in blues (Il Foglio Letterario) – è uscito nel 2005.

 

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