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Maddalena Adorno: "L'elisir della giovinezza è nelle nostre cellule"

Maddalena Adorno: "L'elisir della giovinezza è nelle nostre cellule"
"Non saremo immortali. Ma vivremo sani a lungo. Perché potremo ringiovanire i nostri tessuti: è un processo che esiste già nelle nostre cellule, dobbiamo svegliarlo" spiega la scienziata italiana che ha fondato una biotech per non farci invecchiare
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"In futuro nessuno di noi festeggerà più il suo compleanno. Quella che conterà non sarà più l'età anagrafica di un individuo, ma l'età biologica. Ogni mattina il nostro spazzolino raccoglierà un campione biologico che ci dirà se stiamo andando indietro o avanti con gli anni. In base a questo modificheremo il nostro stile di vita. Non saremo immortali. Ma vivremo sani a lungo. Perché potremo ringiovanire i nostri tessuti".

 

Lei è Maddalena Adorno. Ha scoperto che nelle nostre cellule c'è un programma di ringiovanimento che può essere risvegliato. Un potenziale terapeutico enorme. E lo ha capito partendo dallo studio della Sindrome di Down. Questa ricerca è stata considerata, nel 2013, uno dei maggiori breakthrough in Medicina a Stanford e ha ricevuto diversi milioni di fondi per la ricerca dal CIRM, il California Institute for Regenerative Medicine della California.

Poi ha creato una startup in Silicon Valley, è entrata in YCombinator, ha raccolto capitali. E ora è arrivata a quello che lei chiama "il momento della verità".

"Mancano 18 mesi al primo trial clinico. E la bella notizia è che vogliamo spostare parte delle nostre attività di ricerca e sviluppo in Italia".

Scienziata, founder, docente, mamma. 40 anni, Maddalena ha fondato con un'altra donna italiana, Benedetta di Robilant, Dorian Therapeutics, una biotech che non ci vuole fare invecchiare cosi come non invecchiava Dorian Gray nel famoso romanzo di Oscar Wilde. Sta sviluppando una generazione di farmaci che riattivano i programmi di giovinezza presenti nei nostri tessuti. Farmaci basati su una tecnologia che ha sviluppato e brevettato alla Stanford University. Si tratta di un approccio completamente nuovo di trattare le malattie dell'invecchiamento.

"Ci sono un sacco  di storie che cominciano con: 'volevo fare questo per tutta la mia vita' oppure 'non ho mai voluto studiato niente altro'. Non è il mio caso. Io volevo solo avere un contatto con i pazienti. Da bambina vedevo il medico di campagna del mio piccolo paesino nel Vicentino andare sempre in giro in bici per far capire a tutti che era importante un certo stile di vita. Faceva le house call, quando a casa dei pazienti non ci andava più nessuno. Faceva sempre il giro del villaggio. Io lo guardavo e pensavo: quest'uomo è l'esempio di chi ha un impatto positivo sulle persone".

Laurea e dottorato in biotecnologia medica a Padova. Durante gli anni in università pubblica sulle riviste scientifiche, da Nature a Science, molti articoli dedicati a un nuovo modo di studiare il cancro, che la porteranno a Stanford. "Anche all'interno di un tumore non tutte le cellule sono uguali. Ci sono cellule che sono più importanti di altre. Si chiamano cancer stem cell, cellule staminali dei tumori. E il centro migliore al mondo per questo tipo di studi era Stanford. Sono partita per la California per lavorare col professor Michael F. Clarke e studiare cellule staminali e cellule staminali dei tumori".

Intanto Maddalena si iscrive anche alla facoltà di Medicina. Che poi abbandonerà. Perché nei suoi studi inizia a osservare una cosa curiosa. "Ho notato che non c'è una singola persona che ha la Sindrome di Down e il cancro al seno allo stesso tempo. Mi sono chiesta: Perché?".

"Studiando persone con questa sindrome, poi mi sono accorta che presentavano aspetti di invecchiamento accelerato. Spesso soffrono di Alzheimer, diabete, osteoporosi. E hanno anche un minor numero di cellule staminali. Volevo capire come tutti questi pezzi si collegassero insieme. Dopo anni di studio, ho capito che nel cromosoma 21 (le persone con la sindrome di Down hanno tre copie del cromosoma 21) c'è un eccesso di un regolatore epigenetico dell'invecchiamento. E ho visto che quando si riusciva a ripristinare la normalità in quel regolatore epigenetico, i sintomi dell'invecchiamento precoce scomparivano".

Da questo studio, Maddalena passa allo studio nella popolazione generale e scopre che questo è un potente regolatore dell'invecchiamento. Ma le difficolta sono infinite. "Sono a metà strada in questo viaggio che come Ulisse deve affrontare un mare pieno di pericoli".

Nel 2008, Maddalena è già a Stanford. Il piano è di starci un anno. Passano 15 anni ed è ancora lì. "Studiare le persone con la sindrome di Down da un punto di vista accademico era un progetto rischioso. Non era nella norma, e non era il mio campo di expertise. Però mi trovavo a Stanford, c'erano le risorse e potenzialmente poteva essere interessante. Ho voluto prendermi il rischio di fare qualcosa a cui nessuno stava pensando. Conosci quella storia che dice che quando sei al buio puoi trovare le chiavi solo dove c'è il lampione? Ecco devi sperare che le chiavi siano li. Io ho spostato il lampione. E ho trovato cose meravigliose.

"Questo è un processo che esiste già nelle cellule, abbiamo imparato solo a risvegliarlo. Stiamo attivando qualcosa che è già intrinseco nel nostro programma genetico e epigenetico. Lo abbiamo sperimentato su diverse malattie, abbiamo pubblicato un paper sull'Alzheimer, il nostro primo clinical trial sarà in osteoartrite, abbiamo testato le malattie del rene. Su tutti questi problemi vediamo un effetto clamoroso".

Marito australiano, due figli con tre cittadinanze, inizialmente nessun legame con l'Italia. Poi da qualche anno le cose sono cambiate. "Abbiamo cominciato a lavorare con Lucio Rovati, il presidente di Rottapharm, che non solo ha investito in Dorian, ma ha supportato con molto entusiasmo e aiuto concreto le nostre attività.

Cosa insegna la tua storia?

"La mia storia insegna a cercare dove senti che ha senso guardare. Se l'istinto ti guida in una direzione, segui quella direzione, anche se non sai cosa troverai. Studiare la longevità non è soltanto scienza. È una rivoluzione culturale e sociale con cui ci stiamo confrontando. La popolazione sta invecchiando sempre più, fra qualche anno diventerà un grande problema. Dobbiamo prepararci. Come? In Silicon Valley ci si chiede continuamente che cosa può fare la tecnologia, cosa la società, cosa la politica?"

Così ha sentito il dovere morale di insegnare a Stanford al primo corso di Aging and Longevity, per la Stanford Continuing Studies, un centro che fa long term education per tutte le età.

"Quello che cerco sempre di far capire è che al momento ci sono cose che possiamo fare per l'invecchiamento e nessuna di queste coinvolge una pillola che risolve tutto. Ritardare l'invecchiamento significa cambiare lo stile di vita. E ciò richiede impegno e costanza. Io stesso ho cambiato il mio stile di vita, faccio sport quasi tutti i giorni, restringo la finestra dell'alimentazione da mezzogiorno alle 8 di sera, faccio digiuno tre giorni al mese. È stato dimostrato che ha moltissimi effetti sul metabolismo cellulare e sul mantenimento della "pulizia" delle nostre cellule".

Cosa ha fatto la differenza per te?

"Poter prendere un rischio e portare la luce dove non c'era, guardare dove gli altri non stavano guardando. Da un punto di vista strategico, sembrava una follia: tanti mi dicevano, ma che stai facendo?".

Tra le tante cose belle di questa storia c'è l'amicizia tra Maddalena e Benedetta. Si conoscono a Stanford, dove entrambe lavorano. Per una strana coincidenza che segnerà  il loro destino, aspettano un bambino nello stesso momento.

Per Maddalena è il primo figlio. Per Benedetta è il secondo. "Ci incontravamo durante le settimane di maternità e discutevamo sul potenziale commerciale del mio brevetto. Capire come regolare le cellule staminali vuol dire capire come regolare l'invecchiamento: perché non fare una startup?".

Così per gioco mettono insieme un pitch minimo, applicano a YCombinator, l'acceleratore più forte del mondo dove entra solo il 2% di chi ci prova. Hanno entrambe un neonato a casa e ce la fanno. Entrambe avranno un altro figlio poco dopo il lancio di Dorian. "Quel pitch per noi era un giro di prova, invece ci hanno preso e ci hanno detto subito: In o Out. Voleva dire mollare Stanford, con la sicurezza (relativa) che ti offre un lavoro accademico".

Lasciano Stanford, fondano Dorian. Riescono a convincere gli investitori "Ci dicevano: Non è che scappate?". Raccolgono 10 milioni di capitali e dimostrano che si può. "Una founder neo-incinta mamma non è un ostacolo. È una prova di dedizione".