Economia

Aumentare le tasse alle aziende più ricche frena l’inflazione? Chi ha ragione tra Biden e Bezos

Aumentare le tasse alle aziende più ricche frena l’inflazione? Chi ha ragione tra Biden e Bezos
(afp)
La lite su Twitter riguardo a modo di contenenere l’aumento generale dei prezzi
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Il 14 maggio l’imprenditore e fondatore di Amazon Jeff Bezos ha criticato su Twitter un tweet del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, che sul social aveva scritto lo stesso giorno: "Volete abbassare l’inflazione? Assicuriamoci che le aziende più ricche paghino una giusta quota". Secondo Bezos, che è il secondo uomo più ricco al mondo in base alla classifica di Fortune, collegare il tema dell’inflazione, ossia l’aumento generale dei prezzi, con le tasse pagate dalle imprese è una forma di depistaggio.

Bezos ha inoltre suggerito provocatoriamente di sottoporre il tweet di Biden all’esame del Disinformation governance board, un comitato del Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti, creato a fine aprile per contrastare la disinformazione su temi come la guerra in Ucraina e l’immigrazione al confine con il Messico. Il 16 maggio il vice portavoce della Casa Bianca ha poi replicato a Bezos, accusandolo di opporsi a un’"agenda economica per la classe media", che "combatte l’inflazione a lungo termine".

Soltanto un anno fa, ad aprile 2021, il fondatore di Amazon aveva pubblicato un messaggio sul sito ufficiale dell’azienda, supportando il piano del presidente degli Stati Uniti di aumentare la cosiddetta corporate tax, un’imposta sui profitti delle società. Al momento, la corporate tax negli Stati Uniti ha un’aliquota pari al 21 per cento, ma il presidente Biden ha proposto di recente di alzarla al 28 per cento. Tornando al tweet di Biden, davvero aumentare le tasse alle società più ricche può aiutare a contenere la crescita dell’inflazione? Un accordo unanime a questa domanda tra gli economisti non sembra esserci.

 

Un po’ di contesto

Prima di addentrarci tra le posizioni degli esperti, è necessario un breve ripasso sull’inflazione. Questo termine indica un progressivo aumento medio dei prezzi, con il conseguente calo del potere d’acquisto della moneta. Tradotto in parole semplici, se i prezzi in media tendono a crescere, i 100 euro con cui oggi compro determinati beni e servizi in futuro non mi basteranno più. I fattori che determinano un aumento dell’inflazione sono principalmente due. "Da un lato ci sono i costi delle imprese, che per lo più riguardano le materie prime e i salari: se questi salgono, le aziende aumentano i prezzi", ha spiegato a Italian Tech Riccardo Trezzi, professore di Macroeconomia internazionale all’Università di Ginevra, in Svizzera. "Dall’altro lato, ci sono le aspettative future delle imprese, che possono spingere ad aumentare i prezzi".

Secondo i dati più aggiornati dell’Us Bureau of Labor Statistics, che fa parte del Dipartimento del Lavoro statunitense, ad aprile i prezzi negli Stati Uniti sono aumentati in media dell’8,3 per cento rispetto allo stesso mese del 2021. A marzo la crescita era stata dell’8,5 per cento, la più alta dal 1981. Anche in Europa l’inflazione è ormai tornata a crescere da diversi mesi, dopo anni in cui si era di fatto fermata. Secondo Eurostat, infatti, ad aprile i Paesi dell’area euro hanno registrato un aumento dei prezzi del 7,5 per cento rispetto ai dodici mesi precedenti. Tra Stati Uniti ed Europa esiste però una differenza di fondo: l’inflazione europea è determinata in gran parte dall’aumento dei costi energetici, mentre quella statunitense molto meno.

"Negli Stati Uniti c’è stata una tempesta perfetta: c’è stato uno shock negativo dal lato dell’offerta, che ha contratto l’offerta delle imprese, dovute principalmente alla Covid-19, con problemi di produzione in Cina, di distribuzione e sul mercato del lavoro", ha spiegato Trezzi. "Ma poi c’è stata la bomba monetaria e fiscale di stimolo, uno shock positivo che ha fatto aumentare di molto il lato della domanda, tra l’altro concentrata su pochi beni nelle prime fasi della pandemia. Con la ripresa si è iniziato a chiedere più materie prime rispetto a quanto si faceva prima: l’offerta era limitata e la domanda fortissima, e il mercato ha iniziato ad aggiustare al rialzo i prezzi".

Come ha sottolineato di recente il sito statunitense Vox, gli ultimi due presidenti statunitensi Joe Biden e Donald Trump hanno riversato nell’economia americana complessivamente quasi 4.000 miliardi di dollari, che, come abbiamo visto, hanno fatto salire molto la domanda, senza che l’offerta potesse tenere il passo. In questo contesto quale può essere il contributo di un aumento delle tasse alle imprese più ricche?

 

Più tasse per le imprese, meno inflazione?

Il 16 maggio l’economista Lawrence Summers, ex segretario del Tesoro statunitense sotto la presidenza di Bill Clinton, ha riassunto su Twitter qual è la posizione di chi è favorevole alle parole di Biden. Secondo Summers - che pure è stato critico nei confronti dell’enorme stimolo fiscale degli scorsi mesi - "è perfettamente ragionevole credere che dovremmo aumentare le tasse per ridurre la domanda e contenere l’inflazione" e che gli aumenti dovrebbero essere il più progressivi possibile".

Un aumento delle tasse sui profitti delle grandi imprese agirebbe su due fronti dal lato della domanda, ha spiegato a Italian Tech Tommaso Faccio, head of secretariat all’Independent commission for the reform of international corporate taxation (Icrict) e docente di Diritto tributario alla Nottingham University Business School, nel Regno Unito. "In base al primo fattore, quello fattualmente più importante, l’aumento della tassa sui profitti ridurrebbe le risorse a disposizione delle imprese che quindi hanno meno soldi per investire e questo riduce la domanda di beni e di lavoro", ha detto Faccio. Il meccanismo sarebbe dunque il seguente: meno domanda, più capacità delle imprese di soddisfarla e dunque meno pressione sui prezzi perché aumentino (e dunque meno inflazione). "In secondo luogo, ma qui c’è più incertezza, un aumento dell’imposta in teoria riduce il cosiddetto return on investment [che, semplificando un po’, indica quanto rende il capitale investito da un’azienda, ndr] e quindi certi investimenti non si farebbero più perché non redditizi".

Questa è la teoria, ma la realtà è poi spesso diversa. Per esempio, "il grande taglio delle imposte alle imprese di Trump nel 2017 non portò a un aumento degli investimenti", ha aggiunto Faccio. "E studi sull’aumento delle imposte proposto da Biden mostrano che l’impatto nel breve periodo sarà probabilmente limitato".

Come ha evidenziato, pareri alla mano, anche Associated Press il 16 maggio, anche diversi esperti americani sono dubbiosi sulle conseguenze concrete e sulle tempistiche di un aumento dell’imposta sulle società più ricche. "Nel breve periodo, l’aumento dell’imposta sui profitti sarebbe interamente a carico degli azionisti delle grandi aziende e non dei consumatori", ha spiegato Faccio a Italian Tech. "Nel lungo periodo c’è dibattito su chi effettivamente cada il costo di aumento dell’imposta sui profitti. In ogni caso, gli effetti non sarebbero nell’immediato ma nell’arco di uno-cinque anni".

La questione resta dunque aperta e finisce per toccare anche altri temi, più generali. "Andare ad aumentare le tasse perché si pensa che il margine delle imprese sia aumentato molto è una posizione probabilmente più ideologica che fattuale, e rischia addirittura di aggravare la situazione", ha concluso Trezzi. "Intervenire sulla domanda resta un processo doloroso. C’è sicuramente un problema di concentrazione degli Stati Uniti, ma agire attraverso le tasse rischia di essere il canale sbagliato".

Ricapitolando: il collegamento fatto dal presidente degli Stati Uniti Biden tra un aumento delle tasse per le imprese più ricche e quello dell’inflazione ha una sua logica, a differenza di quanto scritto su Twitter da Bezos. La critica del fondatore di Amazon coglie però un punto: tra gli economisti c’è incertezza sul fatto che tasse più alte possano portare nel breve periodo a un contenimento dell’inflazione statunitense, causata, tra le altre cose, dal forte stimolo fiscale e monetario messo in campo per far fronte alla pandemia.