Un po’ di storia

Dai PowerBook ai MacBook, la rivoluzione portatile di Apple compie 30 anni

Alle origini di tutto c'è l'idea di un “manipolatore di informazioni portatile” con cui connettersi senza fili alla Rete
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L'emozione di un portatile ultrasottile, freddo come l'alluminio e con uno schermo super-definito che dura per un giorno e una notte interi o quasi. Chi l'avrebbe mai detto che questa sarebbe stata la strada della grande innovazione di inizio anni Novanta, cioè l'invenzione del computer realmente portatile, lo strumento che ha definito un'intera classe di lavoratori, i cosiddetti nomadi digitali, e che poi è diventato l'arma di milioni di studenti e persone qualunque e pian piano ha sostituito in moltissime case il computer fisso?

Steve Jobs è stato uno dei primi grandi della tecnologia a intuire le potenzialità del computer portatile, puntando moltissimo su un prodotto che colossi come Dell e Hp vedevano come costoso e residuale rispetto al più grande mercato dei computer fissi. La Apple di oggi festeggia 30 anni di computer portatili, cioè MacBook e prima ancora PowerBook: sono sopravvissuti alla rivoluzione degli apparecchi post-Pc (come iPhone e iPad) e oggi sono diventati sempre più potenti e necessari.

La nascita dei PowerBook
Sapere dov'eravamo (se c'eravamo) e cosa facevamo quando è nato il personal computer portatile è una di quelle cose che ci definisce, che funziona da discriminante fra le generazioni. Fra chi è diventato grande prima e chi dopo il primo PowerBook o il primo MacBook. È una storia lunga: chi scrive ha iniziato picchiettando la tastiera di un Commodore 64 e poi nel 1989 di un Macintosh Classic. Ma già nel 1992 avevo messo le mani su un PowerBook 100 per non alzarle più dalle tastiere dei portatili di più generazioni di quante uno voglia ricordare o ammettere. Sino ai nuovi MacBook Pro 14 e 16 con processore M1 Pro e M1 Max, che stanno arrivando ora nei negozi. Una storia lunga, quella dei portatili, iniziata in realtà più di mezzo secolo fa. 

Quando Apple ha fatto debuttare il primo portatile, esattamente trent'anni fa, Jobs non era più in azienda. Il geniale cofondatore di Apple (nata nel 1976) era stato cacciato pochi anni prima (nel 1985) e non sarebbe tornato prima del 1997 per salvare la sua creatura in piena crisi. Toccò così a John Sculley, numero uno dell'azienda (e fautore dell'allontanamento di Jobs), salire sul palco del Comdex di Las Vegas a ottobre del 1991 per annunciare "un nuovo membro della famiglia Macintosh". Erano in realtà 3 modelli: i PowerBook 100, 140 e 170. 

C'era già stato il Macintosh Portable, una specie di valigetta che pesava una quindicina di kg con un piccolo monitor e una tastiera che usciva da sotto. Era stato commercializzato a settembre del 1989, 5 anni dopo il Macintosh originale, ma era chiaramente una soluzione di nicchia, che infatti non era andata bene per niente. Quel fallimento però era stato fondamentale per capire cosa fare con i portatili di Apple. Tuttavia, non era stato certo l'unico caso di proto-portatile che non aveva venduto bene: erano falliti anche tutti i computer trasportabili di quegli anni pionieristici, come gli home computer a batteria e le calcolatrici sovradimensionate con grande tastiera e schermo Lcd da pochi pollici. Per avere un vero computer portatile come lo intendiamo oggi ci fu bisogno della visione di un uomo e di 3 aziende diverse: Ideo, Ibm e Apple.

Cos'è un computer portatile
L'idea di come sarebbe dovuto essere un computer portatile risale a più di mezzo secolo fa e precede il personal computer vero e proprio: la progettò Alan Kay, premio Turing per l'informatica (il Nobel di chi scrive codice), che all'epoca lavorava al Parc della Xerox, il mitico centro di ricerca californiano in cui vennero inventate interfaccia grafica e stampanti laser e per le quali Kay fu uno dei protagonisti. 

Tuttavia, già nel 1968, tre anni prima della nascita del primo personal computer fisso, Kay aveva progettato il Dynabook. Il computer non venne mai realizzato, era un prototipo per dimostrare cosa si sarebbe potuto e dovuto fare, ma lo scienziato decise di pubblicare il suo lavoro nel 1972, rendendo pubblica l'idea che l'informatica personale poteva essere molto diversa da quella preistorica dei primi appassionati di home computer. 

Il Dynabook fu definito “manipolatore di informazioni portatile”: si poteva connettere via radio a una grande banca dati e permetteva di accedere a qualsiasi informazione da qualsiasi posto. Nel disegno fatto a mano dallo stesso Kay per il lavoro di ricerca, i primi utenti pensati per il Dynabook erano bambini seduti per terra, che navigavano wireless in quella Rete che sarebbe nata almeno trent'anni dopo. Ma l’idea si ampliava oltre al settore dell’istruzione: il “computer per tutte le età” doveva essere facile. Era il computer che rimuoveva le difficoltà di uso non solo cognitive (non a caso Kay è uno dei padri dell’interfaccia grafica con icone e menu), ma anche le scomodità d’uso. Kay stesso spiegava che il Dynabook e i computer del futuro sarebbero stati usabili “come un libro dinamico”: in vacanza alle Hawaii, seduti sulla spiaggia e appoggiati a una palma, ma sempre connessi via radio alla Rete e con una batteria che sarebbe durata per giorni.

È impossibile sottovalutare l'impatto che ha avuto l'idea di Alan Kay su tutto il mercato e su Apple in particolare: i computer di Apple si chiamano MacBook e prima ancora PowerBook in omaggio al Dynabook, e lo stesso Kay ha lavorato per un decennio alla Apple.

Ideo e la forma del portatile
Invece, la forma fisica dei computer Apple, così come quella dei moderni portatili, deriva dal primo portatile funzionale, progettato dalla società di design Ideo per la Nasa: si chiamava Grid Compass 1100, costava 8mila dollari ed era stato realizzato nel 1982. La struttura con coperchio che conteneva lo schermo Lcd si chiudeva sulla tastiera e il poggiapalmi (all'epoca mancava ancora il trackpad). Era stato inventato il design di base per quella che poi sarebbe diventata la regola per tutti i computer. Da allora le rivoluzioni funzionali dei portatili sono state pochissime

Tuttavia, i primi due veri computer portatili, costosi, ma moderni e adatti a tutti, li presentarono contemporaneamente Apple e Ibm. Quest'ultima realizzò il primo ThinkPad nel 1992 e, grazie al gruppo di designer giapponesi che lavoravano per l'azienda, assunse la caratteristica forma a scatola Bento nera, che ne permetteva la chiusura quasi ermetica.

Apple invece seguì una strada completamente diversa e Sculley mise in commercio il primo trittico di PowerBook: scocche di plastica con design razionalista alla Dieter Rams, colori beige scuri, linee morbide, un sistema operativo per l'epoca moderno (era il System 7, che dopo varie evoluzioni sarebbe andato in pensione esattamente dieci anni dopo) e batterie sostituibili. I primi portatili di Apple arrivavano con un insieme di idee già mature, che la concorrenza con il tempo avrebbe fatto sue.

Le prime generazioni di PowerBook
Mentre Apple affrontava un breve periodo di successi, al quale seguirono quasi 10 anni di crisi che culminarono nella ristrutturazione del 1997-1998 gestita da Jobs dopo il rientro in azienda, le generazioni di computer portatili di Apple divennero uno dei riferimenti per moltissimi appassionati.

I PowerBook erano mossi da processori Motorola (25 diversi modelli) e poi da processori PowerPc (altri 22 modelli). Mantenendo un design sostanzialmente invariato, ma con una serie di piccole rivoluzioni (schermi più grandi e a colori, trackball e poi touchpad), i portatili di Apple divennero un punto di riferimento in un mondo che negli anni Novanta apprezzava sempre più la mobilità e la possibilità di portare sempre con sé il computer.

Un PowerBook 100 

Lavorare in mobilità
Nascevano i cosiddetti nomadi digitali, le persone che si spostavano da un ambiente all'altro, fosse anche tra uffici diversi della stessa città, per parlare con clienti e fornitori, tenendo una sorta di replica dell’ufficio nella valigetta e poi nella borsa. Nel caso di Apple, erano molti anche i primi creativi digitali, che sfruttavano il computer portatile per fare immagini o i primi siti sul Web. 

Lo zainetto come mezzo di trasporto dei computer sarebbe arrivato più tardi, con la generazione dei nati dopo il 1970, che li teneva su uno spallaccio solo e voleva computer diversi. Apple, in un mercato molto più competitivo, cambiò marcia: PowerBook di titanio e poi di alluminio, ma anche gli iBook, i portatili che facevano da alternativa mobile ai primi iMac del 1998. Gli iBook, prima colorati e poi di un colore bianco latteo (e nero, in un'ultima versione), erano realizzati con una plastica resistente e avevano un design frutto della mente di Jony Ive. Furono il libro di scuola multimediale di un'intera generazione a partire dal 2001.

La rivoluzione del MacBook Air
Nel gennaio del 2006 però Apple cambiò ancora passo, e decisamente: assieme ai nuovi processori Intel che sostituirono i PowerPc G3, G4 e G5 (quest'ultimo mai visto sui computer portatili), arrivò una nuova generazione di portatili che si chiamavano più semplicemente MacBook. E tra questi, oltre a una versione Pro e una normale, venne introdotto anche un nuovo apparecchio che fu inizialmente molto criticato: era il primo Air.

L'ultrasottile di Apple era costoso, con pochissima potenza, aveva l'hard disk di un iPod (la versione con memoria allo stato solido era opzionale, aveva 64 Gb di spazio e costava ancora di più) ed era praticamente senza porte di connessione rispetto agli altri modelli. Si chiamava Air perché doveva connettersi via wireless, senza cavi e cavetti che Steve Jobs odiava. Era la rivoluzione degli ultraleggeri, con un’idea progettuale rivoluzionaria: la scocca era di alluminio ricavata per estrusione, che pochi capirono in quel momento, ma che ha trasformato completamente il mercato perché ha consentito di dare resistenza e rigidità a telai ultrasottili.

La fase radicale di Apple
L'eredità del MacBook Air è enorme, e oggi quasi tutti i computer portatili moderni, con l'eccezione di quelli da gamer, sono sostanzialmente evoluzioni di quel design e di quell’approccio alla tecnologia. Ma Apple non si è fermata qui e anzi ha portato avanti l'evoluzione dei portatili con una fase radicale, un vero e proprio Termidoro in cui, a partire dal 2016, sono state ridotte le dimensioni, eliminate tutte le porte di connessione, appiattita la tastiera ai limiti dell'usabilità, introdotte funzioni dubbie (la TouchBar) e ripensati gli usi del computer portatile. Una fase radicale e in parte meno efficace di quanto voluto a causa della crescente debolezza dei processori Intel. Una fase finita lo scorso anno.

Apple Silicon e i nuovi portatili
Con l'arrivo dei processori realizzati a Cupertino, quell'Apple Silicon per il MacBook Air e Pro 13 versione M1 arrivati sul mercato 12 mesi fa, Apple ha dato un assaggio di quello che sarebbe potuto arrivare. Computer sempre più potenti e freddi, con batteria che dura sempre di più e prestazioni maiuscole senza impatto sull'autonomia. Una trasformazione che viene confermata ora dai nuovi MacBook 14 e 16 con processori M1 di tipo Pro e Max. 

Le prestazioni sono ancora da verificare sul campo, ma la premessa è ottima. Un computer sottile con uno schermo eccellente anche sotto la luce del sole, una batteria che dura quasi un giorno intero e la capacità di connettersi con WiFi 6 a Internet (o sfruttare l'iPhone con radio 5G) è l'ideale per chi voglia appoggiarsi a una palma e rilassarsi davanti al mare, navigando su internet. Proprio come aveva immaginato Alan Kay 53 anni fa.