Progresso

Ti preoccupa il 5G? La Cina si sta già preparando al 6G

Nonostante le battagliere promesse, gli Stati Uniti sembrano essere rimasti indietro, mentre l’Europa cerca di ritagliarsi un ruolo
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È ancora presto per fare un bilancio degli effetti concreti che la diffusione del 5G (l’ultima generazione di trasmissione dati mobile) sta avendo sulla società, ma una cosa è certa: la Cina è uscita vincitrice da una delle sfide tecnologiche più importanti degli ultimi anni. Lo conferma un’analisi di Bloomberg, secondo cui il Paese “ha la maggior impronta 5G mondiale”, mentre il colosso cinese Huawei “domina globalmente sugli altri fornitori”.

Nel tentativo di rimediare a quella che è sicuramente stata vissuta come una bruciante sconfitta, gli Stati Uniti scommettono direttamente sul 6G, l’ulteriore generazione di trasmissione dati che però, a oggi, esiste solo a livello teorico: “Questa volta non dobbiamo permettere che l’opportunità di conquistare una leadership generazionale ci sfugga così facilmente”, ha detto, parlando sempre con Bloomberg, Vikrant Gandhi, responsabile delle tecnologie informatiche per la società di consulenza Frost&Sullivan.

Le battagliere affermazioni che che sono giunte dagli Stati Uniti (tra cui il memorabile tweet con cui l’ex presidente Trump affermava di volere “il 6G il prima possibile”, ammettendo di fatto la sconfitta), si scontrano con una dura realtà: questa nuova tecnologia non vedrà la luce prima del 2030, ma già oggi la Cina è in netto vantaggio per numero di brevetti relativi alle tecnologie fondamentali per il 6G.

Il quotidiano finanziario giapponese Nikkei ha analizzato oltre 20mila brevetti, dimostrando come oltre il 40% di questi sia stato depositato da realtà cinesi. A primeggiare, alla faccia delle sanzioni statunitensi, è sempre Huawei, seguita da società statali come la pechinese State Grid Corporation (servizi elettrici) e la China Aerospace Science and Technology. Non solo: nel novembre dello scorso anno, la Cina è stata la prima nazione a testare, via satellite, le onde radio che potrebbero potenzialmente ospitare le trasmissioni 6G, mentre Huawei ha inaugurato un centro di ricerca in Canada.

La difficile rincorsa degli Usa e dell’Europa
L’obiettivo degli Stati Uniti, quindi, parte in salita: il Paese ha comunque depositato il 35,2% dei brevetti relativi alle tecnologie 6G e ha fatto debuttare, esattamente un anno fa, la Next G Alliance (di cui fanno parte Apple, Google, AT&T, Qualcomm e altri) allo scopo di “fare progredire la leadership nordamericana” nelle tecnologie di trasmissione dati. Al terzo posto si trova invece il Giappone con il 9,9% dei brevetti, al quale segue l’Unione Europea con l’8,9%.

A guidare gli sforzi europei è l’Università di Oulu, in Finlandia (nazione da sempre pioniera nel campo della comunicazione mobile), che ha avviato nel 2018 un programma di otto anni chiamato 6Genesis, finanziato con 251 milioni di dollari grazie anche al contributo di Nokia. L’Unione europea è invece direttamente responsabile del progetto di ricerca Hexa-X, anche in questo caso con il massiccio contributo di Nokia e la partecipazione di Ericsson, Intel, Telefonica, Tim e altri.

Un po’ come avvenuto col 5G, quindi, la Cina sembra guidare la carica alla nuova tecnologia, tallonata dagli Stati Uniti e con Europa e Giappone nel ruolo di aspiranti guastafeste. Ma cosa dovremmo aspettarci da questa futura generazione delle comunicazioni? Per quanto riguarda la velocità, si parla di una connessione da una terabyte al secondo (contro i 10 Gb del 5G e i 300 Mb del 4G) con una latenza (cioè il tempo necessario affinché due dispositivi entrino in connessione) pari a 0,1 millisecondi. Che è un decimo di quella del 5G.

Che cosa cambia da 5G a 6G
E che cosa ce ne faremo di tutte queste prestazioni? Tra i vari esempi si parla di realtà virtuale utilizzabile in alta definizione anche con in mobilità, di connettere a Internet il corpo umano e i nostri cervelli (un po’ come ipotizzato dalla Neuralink di Elon Musk), di dare finalmente vita alle auto completamente a guida autonoma. Queste promesse, però, sembrano in alcuni casi ricalcare quelle già fatte parlando di 5G.

Un altro aspetto che potrebbe non piacere a molti riguarda invece l’infrastruttura necessaria per diffondere il segnale: essendo onde a raggio ancora più corto del 5G (nell’ordine dei terahertz), le reti per la diffusione del segnale dovranno essere, come affermano i ricercatori, “ultra-dense”, cioè con molteplici antenne installate non solo in ogni strada, ma anche in ogni edificio. E non solo.

Questo aspetto sarà ovviamente analizzato dal punto di vista sanitario, ma potrebbe comunque aumentare ulteriormente il panico che spesso già avvolge (ingiustificatamente) il 5G. Al 2030, comunque, manca ancora molto tempo: per essere già delusi (o per preoccuparsi delle eventuali ripercussioni) è decisamente troppo presto. Forse.