Ray-Ban Stories: ecco gli occhiali smart di Facebook e Luxottica

Nascono dalla collaborazione tra l'azienda italiana leader del settore e il social network: sono un primo, importante passo verso la piattaforma di realtà aumentata di Zuckerberg. Li abbiamo provati: ecco come sono fatti e come funzionano

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Esternamente sembrano i soliti Wayfarer, i classici occhiali da sole che tutti abbiamo indossato, una volta o l’altra. Ma all'interno, i Ray-Ban Stories sono un piccolo prodigio di tecnologia: hanno due telecamere, altoparlanti, tre microfoni, batteria, si connettono allo smartphone con bluetooth e Wifi. Li ha realizzati l'italiana Luxottica in collaborazione con Facebook, sono stati annunciati giusto un anno fa e arrivano sul mercato il 10 settembre. 

Ray-Ban Stories: come sono e come funzionano gli occhiali smart di Facebook e Luxottica

Un classico
Noi abbiamo provato in anteprima per qualche giorno il modello da sole, neri con lenti nere, ma sono disponibili tre diverse montature, in cinque colori e con vari tipi di lenti, anche graduate su prescrizione. Addosso, la sensazione è proprio la stessa dei normali Wayfarer. A un’analisi approfondita, però, i Ray-Ban Stories non sono identici: le stanghette sono più spesse, le lenti hanno una forma diversa, perché il riferimento non sono i New Wayfarer, quelli oggi più diffusi, bensì i classici del 1952. Il peso è appena superiore, solo 5 grammi in più, impossibile accorgersene. Piuttosto, non c'è più la scritta "Made in Italy", sostituita da un più comune "Made in China". 

Si accendono con un piccolo interruttore nascosto nella stanghetta sinistra: basta spingerlo verso l’esterno per qualche secondo per avviare il pairing con il telefono. Fatto questo si può cominciare: con una pressione breve sul pulsante nascosto nella stanghetta destra si avvia la registrazione del video, con una più lunga si scatta una foto. E già qui si capisce che sono pensati più per i primi che non per le seconde. In alternativa, c’è anche l’assistente vocale, per ora solo in inglese: “Hey Facebook, take a video”, e parte la registrazione. Oppure: “Hey Facebook, take a picture”, per le foto. 

Come funzionano
Quando gli occhiali stanno registrando si attiva un led bianco nell'angolo destro all’interno, e uno esterno, visibile a chi abbiamo di fronte. Quanto visibile? Secondo noi non abbastanza, visto che è facile scambiarlo per un riflesso della montatura, ma Facebook dice che dalle loro ricerche è questo il colore più visibile, più del rosso o del blu. L'idea è di far sapere agli altri che stanno finendo in una ripresa o in una foto, per tutelare la loro privacy, e in questo senso gli occhiali di Facebook non sono peggio di uno smartphone, dove manca qualsiasi indicazione che avvisi chi è dall’altra parte dell'obiettivo. Che qui non è uno solo, ma due, da 5 Megapixel; non molto, visti gli standard attuali delle fotocamere, ma l’intelligenza artificiale rende foto e filmati migliori di quanto sarebbe lecito aspettarsi. I video ci hanno stupito: sono nitidi, almeno in condizioni di luce ottimale, e molto stabili, grazie agli algoritmi sviluppati da Facebook. Sono in formato quadrato, mentre le immagini sono rettangolari e possono essere anche riprodotte in 3D. 

Nei Ray-Ban Stories c’è spazio per 30 video da 30 secondi ciascuno (di più non si può, per ora) oppure oltre 500 foto; quando ci si collega all’app vengono scaricati automaticamente per liberare la memoria. La batteria dura fino a 6 ore, ma in realtà un po' meno; tuttavia basta inserire gli occhiali nella custodia per ricaricarli, e in questo modo l'autonomia arriva a triplicare. 

L'audio
Non c’è niente da regolare, niente da scegliere: è tutto automatico, e normalmente funziona tutto piuttosto bene. L’audio ci è invece sembrato migliorabile: nelle riprese il livello è spesso troppo basso, e anche nelle telefonate i microfoni non sempre garantiscono che dall'altra parte chi ci ascolta possa comprendere quello che diciamo, specie se si è in giro per strada (nel nostro caso a Milano, per un Salone del Mobile piuttosto vivace, con relativo traffico). Nelle stanghette, i Wayfarer digitali nascondono anche due altoparlanti, che proiettano i suoni nelle orecchie; il risultato è accettabile con le voci, e non spiacevole nemmeno con la musica, a patto di non pretendere bassi poderosi o alte frequenze rifinite. Quello che conta, in questo caso, è la curiosa sensazione di libertà che danno questi occhiali: le orecchie sono libere, il mondo esterno è presente come sempre, ma alla realtà fisica si aggiungono di volta in volta la musica, le parole di un podcast, le indicazioni del navigatore. Facendo scorrere un dito sulla stanghetta destra si regola il volume, con un tocco si mette in pausa, con due si passa al brano successivo, con tre a quello precedente. 

Il primo passo
Sembra tutto molto naturale, eppure stiamo già entrati in un altro mondo, nella piattaforma di realtà aumentata che Zuckerberg sta costruendo. Un primo passo, come ha detto lui stesso, nel video ufficiale del lancio, pubblicato sul social network: “C’è ancora tanta tecnologia che dobbiamo sviluppare per arrivare ai veri occhiali a realtà aumentata che immaginiamo per il futuro”. Non che manchino i precedenti, dai Bose Frames agli Spectacles di Snapchat: buone intuizioni, che però non hanno certamente conquistato il mercato. Si è invece molto parlato, anni fa, dei Google Glass, che però erano diversi nelle intenzioni: permettevano di consumare contenuti, o meglio informazioni, che venivano proiettati sulle lenti, oltre che di produrli. Quelli di Facebook e Luxottica sono occhiali smart, ma non tanto: non hanno uno schermo dove proiettare informazioni, alla realtà fisica aggiungono solo l’audio. 

L’app
I Wayfarer Stories non hanno neanche lo streaming, per precisa scelta: sarebbe stata necessaria una batteria più grande, una memoria maggiore, una potenza di calcolo superiore, e con la tecnologia attuale sarebbe stato necessario ritoccare il design.  Così tutto avviene attraverso l’app, che serve per configurare varie funzioni, per accedere ai contenuti registrati sugli occhiali, e consente anche qualche correzione ai parametri e un montaggio degli spezzoni, sia pure piuttosto semplice. Da qui poi, video e immagini si possono esportare nella libreria del telefono oppure condividere direttamente con mail, chat o social. Niente verrà pubblicato automaticamente, assicurano da Facebook, e nessuna tecnologia di riconoscimento facciale o profilazione pubblicitaria viene applicata a questi video. 

Ci piace

  • Il design, che nasconde perfettamente la tecnologia
  • I video, nitidi e stabili
  • Il prezzo: 329 euro

Non ci piace

  • Non vanno in pausa quando non sono indossati: bisogna ricordarsi di spegnerli
  • Non c’è lo streaming
  • L’audio del microfono è migliorabile

In fine
La sensazione di riprendere quello che succede intorno a noi senza la mediazione di un mirino o uno schermo è curiosa e intrigante: non ci si preoccupa più di interagire con un dispositivo, come avviene per lo smartphone, ma si interagisce direttamente col mondo. La migliore tecnologia è quella che scompare quando la si usa, e in questo senso i Ray-Ban Stories sono già perfetti. Anche perché centrano l'obiettivo più difficile: si possono indossare senza sembrare ridicoli.