L'analisi

L’Italia delle startup sempre ultima in Europa

Siamo il fanalino di coda di un continente che tira la volata al resto del mondo e continuiamo a perdere terreno. Le startup contro i venture capital: “Investimenti sottodimensionati”
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Al giro di boa di fine giugno, l'Italia delle startup si è esaltata per il semestre più prolifico di sempre, che proietta il Paese verso il miliardo di investimenti a fine anno. L'entusiasmo si è però presto diradato una volta passati all'analisi dei dati e al confronto col resto d'Europa, dove in 6 mesi sono stati raccolti 49 miliardi di euro, 8 in più rispetto al totale dell'anno precedente, il valore degli unicorni (startup valutate un miliardo di dollari) è raddoppiato e ne sono nati una trentina di nuovi.

Oggi l'Europa è l'ecosistema che cresce più velocemente al mondo, gli investimenti in startup sono triplicati rispetto al primo semestre del 2020, mentre la media a livello globale è del 2,3x (dati Dealroom): "Per accorciare con chi sta davanti devi andare a una velocità superiore alla sua - è il commento di Gianluca Dettori, presidente di Vc Hub, associazione che raggruppa investitori e startup - Purtroppo l'Italia va sempre più piano".

Il nostro Paese cresce sotto media, al 2,2x, un tasso di crescita che sembra meglio di quello della Francia (1,8x), comunque un ecosistema maturo, e solo fino a che non andiamo a confrontare gli unicorni nati oltralpe nei primi sei mesi dell'anno (7) con i nostri (nessuno)- Perdiamo ancora terreno nei confronti di Regno Unito, Germania, Finlandia, Austria, Spagna, Danimarca, Svezia, Olanda e Norvegia, che crescono fra il 2,7x e il 12,4x. Con diverse di queste nazioni che hanno festeggiato negli scorsi mesi il loro primo unicorno. Se poi guardiamo ai valori assoluti, l'Italia è il paese con la quota complessiva di investimenti più bassa in Europa, al pari della Russia.

Tutto questo nonostante la pandemia, che anziché fermare gli investimenti in startup li ha resi globali. Fintech, SaaS, Food e soprattutto e-commerce hanno tirato la volata. Nel mondo post-Covid non è più necessario spostarsi nella Silicon Valley. Si possono chiudere investimenti con i top venture capital dal divano di casa, come ha fatto la startup di Prato, Commerce Layer, e senza neppure andarli a cercare. Perché se fai bene gli investitori e le aziende straniere si accorgono di te: un altro esempio è quello di Satispay, che ha raccolto da Square e Tencent a fine 2020. I fondi americani che guardano all'Europa e all'Italia sono sempre di più. Sequoia e Accel hanno avviato programmi di scouting in Europa, con la seconda che ha creato un fondo da 650 milioni di dollari destinato alle startup early-stage del Vecchio Continente (fra i suoi talent scout Luca Ascani, fondatore di Populis, basato ora a Roma). Nel frattempo, Y Combinator, il più importante acceleratore al mondo (30 unicorni in 15 anni), che in precedenza organizzava il proprio programma di accelerazione a San Francisco con circa 150/200 startup, è passato alla modalità online, raddoppiando il numero di startup ammesse e incrementando il numero di startup non americane, oggi circa la metà. Le europee sono state 63 nei due programmi del 2021, ma di italiane c'è solo Blink.

Un altro strumento su cui confrontarsi è il numero di unicorni: 29 (fonte: CBInsight, cui vanno aggiunti Pleo e Manomano) fra Germania, Regno Unito, Irlanda, Francia, Svezia, Norvegia, Austria, Svizzera, Danimarca e Paesi Bassi (ci sarebbe anche la Repubblica Ceca, che ha però celebrato il proprio unicorno il primo luglio). Il nostro unicorno, Depop, è tecnicamente inglese: pur avendo chiuso il round seed con investitori italiani, Simon Beckerman si è presto trasferito in Uk e l'azienda è di fatto inglese.

Tornando all'analisi dei primi round del 2021 in Italia, quello che salta all'occhio è l'incidenza dei megaround e il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). Che pochi round fuori media siano responsabili della maggior parte della raccolta non deve stupire: è il principio 80/20 di Pareto, una legge empirica sul rapporto causa effetto cui non si sottrae neppure l'Europa. La differenza è che i megaround da noi oscillando fra i 10 e i 100 milioni di euro, mentre in Europa vanno da 250 milioni a 2,8 miliardi di euro. Quanto a Cdp, il "venture capital di Stato" è entrato in circa un terzo dei round siglati nel primo semestre: "Senza gli investimenti di Cassa Depositi e Prestiti sarebbe stato un semestre fallimentare", secondo Gianmarco Carnovale, presidente di Roma Startup, associazione di categoria locale. A supporto di questa affermazione l'analisi di Alex Larose, VC associate di Eldorado.co, piattaforma francese di finanziamento dell'innovazione, che punta il dito contro il calo di investimenti nel secondo semestre, quasi dimezzati, sottolineando come le operazioni di Cdp siano passate da 23 a 4. Da notare però che i megaround più pesanti sono quasi tutti nel primo trimestre: Cortilia (34 milioni di euro), Casavo (50), Everli (100) e Scalapay (40) hanno raccolto quasi la metà del totale dei primi sei mesi (464 milioni di euro, cui vanno aggiunti crowdfunding e round dall'ammontare non dichiarato).

Non ci sono solo ombre nell'andamento degli investimenti in startup in Italia. Andrea Di Camillo, fondatore di P101, scrive su European Business Magazine che "gli investitori italiani sono estremamente selettivi e questo costringe le startup a essere eccellenti per accedere ai fondi di venture capital". Che sono ancora troppo pochi, sostengono quasi tutti gli operatori del settore. Di buono c'è anche il sempre maggior coinvolgimento nel settore dei fondi di Corporate Venture Capital (Cvc), che come sottolinea Larose hanno partecipato in poco meno della metà dei round: "È davvero incoraggiante che i Corporates partecipino di più all'ecosistema. Se questa tendenza persiste, potrebbe crearsi rapidamente uno dei pilastri più importanti dell'ecosistema". C'è infine il significativo incremento di round in scaleup, anche se per lo più coincidono con i megaround, indice di un ecosistema che sta maturando.

A farci sperare bene per il futuro ci sono i 46,3 miliardi di euro dei fondi Next Generation Eu, che Di Camillo definisce "un'opportunità cruciale: anche se non ci sono unicorni, state certi: le startup italiane rappresentano rare gemme cui guardare da vicino, in un contesto in cui l'Italia diventerà un mercato sempre più strategico in cui investire". Dettori appare un po' scettico: "I leader in Europa cominciano a misurarsi sulla capacità di generare unicorni. Noi qui abbiamo tutte le risorse necessarie per competere, ma bisogna crederci. Il problema è che ci parliamo fra di noi e non riusciamo a parlare alla società".

Molto critico è invece Angelo Coletta, presidente di InnovUp, ex Italia Startup, associazione che raggruppa startup e Pmi innovative: "Stiamo crescendo, è vero, ma siamo sempre dietro. Restano i due problemi fondamentali dell'ecosistema: da un lato, troppi fondi di dimensioni inadeguate per fare dei round A e che nonostante questo si ostinano a farli, rovinando così la cap table delle startup in cui investono e costringendo i fondatori a finire sotto la maggioranza con il round successivo, così che poi nessuno più ci investe; dall'altro, mancano figure professionali con cultura globale ed esperienza internazionale, nelle startup come nei Vc". Sulla stessa linea Carnovale: "Purtroppo ci sono tanti investimenti che non hanno a che vedere con il venture capital, ma sono di fatto round di private equity o M&A con cui di fatto si sottrae il controllo dell'azienda ai fondatori".