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Pittis, la vita in un libro: «Il ritiro è come un lutto. Che pressioni su Egonu»

“Lasciatemi perdere”, autobiografia tra ascesa, baratro e rinascita del fuoriclasse della pallacanestro trevigiana, oggi mental coach

Massimo Guerretta
Aggiornato alle 4 minuti di lettura

C’è la folgorazione per la pallacanestro, certo, arrivata prima che la sua cardiopatia subisse una quantomai benedetta stoppata, ci sono gli uno contro uno con D’Antoni (che ai venti non lo fece mai arrivare), il passaggio da Milano a Treviso (che nel 1993 sembrava “il Wyoming”), la morte della madre, le straordinarie vittorie nel basket e le pesanti sconfitte da imprenditore. E la rivelazione, sullo scopo più profondo della vita di Riccardo Pittis: emozionare le persone. “Lasciatemi perdere”, l’autobiografia di colui che una volta era Acciughino e che adesso è saldamente nel gotha della palla a spicchi italica, racconta di una vita (o più vite) vissuta vorticosamente, mettendosi a nudo raccontando amori nati e finiti, insuccessi da immobiliarista “nel fango del Marocco”, i debiti e le ingiunzioni, fino alla “rinascita” come mental coach. Con una penna che a tratti è ruvida come la sua difesa, a volte rapida come un tiro dalla distanza, e smarcante come un assist. Per dovere di cronaca, non mancano neppure le frecciatine ai giornalisti trevigiani, che non si accorsero dei jeans verdi e camicia bianca nel giorno della sua presentazione in pompa magna Ghirada, e fecero passare in cavalleria anche i suoi tiri da lontano con la mano sinistra. Nessuno sconto. Scrive nei primi capitoli: «Come ripeto spesso, avevo la fortuna di essere ricompensato profumatamente per fare qualcosa che avrei pagato per fare, dunque non volevo in nessun modo mancare di rispetto alla mia buona sorte. E poi c’era l’etica del lavoro che avevo assorbito da papà. Offrire prestazioni al di sotto del mio potenziale era semplicemente inaccettabile per il figlio di un lavoratore come lui».

Pittis, tutto parte dall’etica, dallo studio, dalla preparazione?

«Dovevo dar di conto non tanto a mio papà, che era contento di avere un figlio che si stava facendo largo nel mondo della pallacanestro, ma ero proprio io che pretendevo il massimo da me stesso. Certo, il suo esempio è stato decisivo, lavorava come un mulo, non si tirava mai indietro».

Poi si scopre che prima di gara-4 di finale con Caserta - era il 1987, aveva 18 anni - è rientrato alle 4.30 del mattino, con suo padre ad aspettarla al varco...

«Mai fatto una vita monastica, certo, e neppure lui, eh. Amava la vita e divertirsi con la modalità del tempo. Ma in quell’occasione mi ero semplicemente addormentato da un amico».

Scrivere la storia della sua vita - che i profani potrebbero tagliare con l’accetta in “basket, imprenditoria e mental coaching” - che effetto ha avuto?

«Dall’infanzia con i miei genitori, le vacanze a San Giorgio di Livenza, poi il periodo della pallacanestro, lungo e importante, con i ricordi delle vittorie e anche delle sconfitte. È stato bello e difficile raccontare del post-carriera, che mi ha creato i problemi che ancora mi attanagliano. Forse quella è stata la parte più importante, ha avuto un effetto terapeutico, ha tolto quel senso di vergogna che non bisogna portarsi appresso».

Il ritiro è stato lo spartiacque?

«Ho smesso nel 2004, ma i guai veri sono iniziati 4 anni dopo».

Di recente ci sono stati degli addi che hanno fatto rumore. Le lacrime di Federer, la depressione di Totti, mentre Federica Pellegrini viaggia a sorrisi.

«Sono esempi che porto spesso anch’io con le aziende che seguo riguardanti l’immediato post-carriera, che per gli sportivi è una sorta di lutto. Smetto quello che ho fatto per 30 anni, è una vita intera e non c’è niente per sostituirla. La vivi come un lutto, e devi elaborarlo. Capire che c’è dell’altro, e che la tua volontà è andare oltre».

Vale per gli atleti, ma anche per tutti i lavoratori?

«Certo, soprattutto a chi sta andando in pensione. È lo stesso tema, chiaro che l’età è diversa da un atleta, ma in quel momento si deve trovare qualcosa che può sostituire la gioia o anche la routine che arrivava dal luogo di lavoro».

All’inizio del libro racconta il suo attacco di panico.

«Può capitare a tutti, è insospettato e imprevedibile, ma eccezionale. Si può reagire, prenderne il positivo».

Anche Paola Egonu ha ammesso di aver vissuto un’esperienza simile. E solo qualche ora fa ha ceduto emotivamente, pensando di lasciare la nazionale.

«Paola è incredibile, formidabile, perché tutti si aspettano il massimo da lei, e il massimo per lei è essere la miglior giocatrice del mondo. È una pressione indescrivibile, che lei sopporta da anni con una maturità strepitosa. Ma quel peso se non sei pronto o robusto abbastanza a sopportarlo, ti schiaccia, rischia di sfondare tutto, ed è difficile farlo da soli. La capisco e ha il mio totale supporto, è fin troppo brava anche a sopportare chi le dice “non sei italiana”».

E quindi come gestiamo gli haters sui social? Alla fine, chi più chi meno, tocca farci i conti.

«Sarebbe troppo facile dire “esci dai social”, e sappiamo che è impossibile, soprattutto per personaggi di quel livello, che sono comunque cresciuti con le piazze virtuali. Ciò che puoi fare è mettere dei filtri - il top è avere qualcuno che cancella i commenti stupidi per te - oppure mettere una corazza, sapendo che nel mondo c’è tanta gente che ti vuole bene e poi ci sono gli haters, se lo comprendi puoi farteli scivolare addosso».

I guai, d’altro canto, si possono prendere di petto?

«Ne parlo nel libro. Posso dire che lo trovo utile a tutte quello persone che si trovano in difficoltà, che vivono situazioni problematiche. Come ricordo nell’incipit, “per quanto grande sia un problema, ricordati sempre che non sarà mai più grande della tua capacità di affrontarlo”».

"Lasciatemi perdere”, edito da Roi Edizioni, è l’autobiografia di Riccardo Pittis, che vive a Treviso ormai da trent’anni. L’ha presentato sabato 15 ottobre durante il festival letterario CartaCarbone nella cornice del chiostro della chiesa di San Francesco. Ha fatto sua una bellissima definizione di successo: il successo è il participio passato del verbo succedere. «Quando nella vita riesci a far succedere quello che vuoi, allora sei una persona di successo. Prescinde dalle luci della ribalta. Ma possiamo lasciare che le nostre sconfitte ci insegnino a cambiare per il meglio».

Nei ringraziamenti dedica un pensiero anche “a tutte le persone che mi hanno affossato ulteriormente nei momenti difficili. Mi avete reso più forte”. Oggi il 53enne mito del basket è infatti un apprezzato speaker motivazionale, coach e consulente che collabora con alcune delle più grandi e prestigiose aziende, a cui mette al servizio degli altri la sua esperienza di uomo e di sportivo. Ha deciso di devolvere i diritti d’autore del libro alla Città della Speranza di Padova.

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