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Marcelo Nicola, coach della Nutribullet: «Ho il cuore argentino ma Treviso è casa mia»

Dall’infanzia in Sudamerica ai ricordi di Kiev, fino alla nuova avventura. «Il mio carattere? Sono trasparente, non mi piacciono i vigliacchi». La lunga intervista del coach ospite della redazione della Tribuna

Silvano Focarelli e Federico Bettuzzi
5 minuti di lettura

Alla scoperta del lato meno conosciuto di Marcelo Nicola, un viaggio che ha riservato anche qualche sorpresa: il carattere, il modo di vivere al di là della pallacanestro, i suoi gusti, la nostalgia della sua Argentina. Il "gaucho" è certo uomo di mondo (tre passaporti, argentino, italiano e spagnolo, ha giocato ed allenato in sette Paesi diversi) ma mescola con orgoglio le sue radici e la sua ormai consolidata trevigianità.

Coach Nicola, Partiamo proprio dalla città dove vive da tempo.

«Treviso è una città chiaramente a misura d'uomo, si vive bene, è comoda, si passeggia tranquillamente e girarci fa solo piacere; ho tanti amici qui anche se ammetto che non ho nessun posto del cuore particolare, diciamo che lo è casa mia. Poi Barcellona è la città che preferisco, magari più una volta, adesso è un po' diversa, s'è fatta sicuramente più caotica di prima».

Con Treviso ha fatto la spola.

«Devo ammettere che al mio ritorno a Treviso ho trovato una città diversa da come l'avevo lasciata al tempo della crisi, dal 2008 al 2013: mi ricordo che in giro c'era poca gente, molti locali erano chiusi o stavano per chiudere, un ambiente buio, triste. Per dire: anche la Spagna era in difficoltà ma le persone continuavano ad uscire, qui al contrario c'era un'aria negativa. Oggi per fortuna Treviso sta tornando a vivere. Negli anni della pandemia stavo in Spagna, situazione analoga a quella italiana, vedevo cosa succedeva qui, sapevo del focolaio scoppiato a Milano durante Atalanta-Valencia».

Lei è vaccinato?

«Sì, anche se poi il Covid l'ho preso due volte: la prima a gennaio 2021 e vi confesso che fu una bella botta; la seconda poco fa, a giugno di quest'anno, più leggera. E comunque niente ricoveri, per fortuna».

Andrà a votare domenica?

«No. Ho le mie idee ma non seguo la politica in generale».

Lei ha tre figli.

«Markel, 23 anni, ha fatto l'Isef e vive in Spagna, a Vitoria, avuto dalla prima moglie, poi Matias di 9 e Massimiliano di 4, nati con la mia compagna, Zelda, trevigiana. Ci siamo conosciuti qui, ovvio».

C’è sangue italiano nelle sue origini?

«La famiglia di mio padre, Domingo, scomparso nel 1998 poco prima che io venissi a Treviso e giocatore in Argentina nelle serie minori, aveva origini piemontesi: ricordo che a casa dei miei nonni si parlava anche quel dialetto, ma io non mi ricordo niente. Come del resto non ho imparato nemmeno il dialetto trevigiano. Mia madre Hilda invece ha 75 anni e i suoi avi sono di Palmanova, in Friuli. E anche mio fratello (specialista dell’asado, che Marcelo invece non sa cucinare, ndr) ha giocato a pallacanestro, ce l’ abbiamo nel sangue».

Come descrive il suo carattere?

«Credo di essere una persona trasparente, penso si possa vedere, nel senso che tendo a non nascondere nulla, ciò che penso lo dico. E sinceramente non mi sono mai piaciuti i vigliacchi, coloro che si nascondono o che nascondono il proprio pensiero, che hanno paura a farlo vedere. Quelli proprio no».

Una persona speciale?

«Ce ne sarebbero cento... Ricordo Bepi Paronetto, il patron dell’Istrana, una persona dalle idee rivoluzionarie che mi prese sempre volentieri con sé, anche nei periodi in cui restavo senza squadra. Se ne è andato l’anno scorso e ho voluto dedicargli la vittoria con Milano di maggio».

Quando non lavora che fa? Riesce a staccare la spina?

«Sinceramente no, non ci riesco, penso alla pallacanestro anche quando sono a casa. Ecco, magari quando sto con i miei piccoli allora mi distraggo un po’. E devo confessarvi che non coltivo passioni nè hobby particolari, non leggo molto, guardo giusto un po' la televisione. La vacanza più bella l'abbiamo fatta quando siamo tornati in Argentina, ero otto anni che non la vedevo. Venti giorni a girarla, è stato davvero bellissimo, abbiamo visto anche le cascate dell'Iguazù, uno spettacolo».

Gli argentini solitamente sono molto attaccati alla patria.

«Da noi si dice: Argentina es un sentimiento no puedo parar, l'Argentina è un sentimento e non posso smettere di amarla. Noi come carattere abbiamo preso molto dall'Italia e qualcosa anche dalla Spagna».

Cosa ne pensa della guerra in Ucraina? Lei nel 2004 ha giocato un anno a Kiev.

«Una stagione bellissima, ho grandi ricordi, come quel Capodanno quando, proprio a mezzanotte, iniziò a nevicare. E vincemmo lo scudetto ucraino a Mariupol. Io abitavo proprio in centro, in una zona ora bombardata, vicino a piazza Indipendenza, anche adesso sono in contatto con parecchi di coloro che conoscevo allora. Qualcuno di loro ce l'ha fatta a fuggire, altri sono stati costretti a rimanere, come il mio autista, un ragazzo davvero meraviglioso. Oggi a vedere le terribili immagini di questa guerra mi si stringe il cuore».

Rituffiamoci sul basket: come e quando nasce l’amore di Marcelo Nicola per la pallacanestro?

«Ho iniziato a giocare a 5 anni in Argentina. Mio padre Domingo era stato un giocatore, non ho molti ricordi di averlo visto in campo ma conosco la sua storia. In Argentina lo sport è strutturato in maniera diversa dall’Italia, esistono questi grandi club, una via di mezzo tra le polisportive e i dopolavoro, in cui è possibile praticare tante discipline. Avevo provato anche il calcio, tutti i bambini argentini giocano con un pallone per strada, ma la pallacanestro è stata subito il mio mondo. Anche perché a dodici anni registrai una crescita fisica impressionante, dodici centimetri di altezza in più in poco tempo».

L’Nba: prima la scelta al Draft del 1993 da parte degli Houston Rockets, poi l’approccio da allenatore. È stato un amore mai sbocciato?

«Da giocatore, preferii rimanere in Europa. Come tecnico invece ho avuto una bella esperienza con i San Antonio Spurs, mi chiamarono per allenare nel corso di una Summer League. Bella esperienza in cui ritrovai Tim Duncan, che avevo già conosciuto ai Mondiali di Atene nel 1998. E poi ovviamente Ginobili».

Manu, una stella assoluta.

«E curiosamente è forse l’unico argentino che non è passato da Vitoria. Io, Scola, Oberto, Prigioni, Nocioni siamo stati tutti al Baskonia, in tempi differenti, una sorta di porta d’ingresso per noi argentini verso l’Europa. Manu invece aveva sì talento ma era più gracile fisicamente: l’allora Tau gli preferì Juan Alberto Espil che era più stazzato fisicamente, aveva tiro, godeva di ottima reputazione anche in Nazionale. Ginobili ha fatto una grande progressione in seguito sino a diventare quel che tutti conosciamo».

Vitoria, un posto speciale.

«In Europa ho fatto il flipper. Sono stato in Spagna, in Grecia, in Italia, in Ucraina, in Lituania, in Germania, in Israele. A Vitoria sono molto legato così come a Treviso dove sono arrivato nel 1998».

Nei Paesi Baschi si è ufficialmente chiusa la sua carriera da giocatore: difficile smettere?

«Era la fine del 2006. Avevo iniziato la stagione a Reggio Emilia ma le cose non erano andate bene, in preparazione avevo sofferto dei problemi alle caviglie e dopo la prima partita di campionato preferii andarmene. Dopo un po’ chiesi al Baskonia il permesso di allenarmi col gruppo, senza contratto, per ritrovare la forma fisica. Trascorsi un mese e mezzo lì, nessuna squadra mi cercò così pensai di smettere. Si arriva ad un punto in cui i ritmi da giocatore, gli orari, gli allenamenti diventano un peso a fronte della gioia di poter scendere in campo».

Dal campo alla panchina: un salto nel buio?

«Avevo seguito dei corsi da allenatore negli anni prima del ritiro, anche se mentre giocavo non pensavo a cosa avrei fatto di preciso dopo. Sapevo solo che volevo restare in questo mondo: potevo fare il dirigente, il procuratore, lo scout. Ho scelto di fare l’allenatore e ho avuto la fortuna di poter iniziare quasi subito e di avere delle persone preziose che hanno creduto in me. In Ghirada mi offrirono la prima opportunità con le giovanili, poi da assistente in prima squadra».

Quanto è cambiato il gioco? L’influsso degli Splash Brothers Curry-Thompson ha pesato?

«Oggi c’è molto più tiro da 3, è vero, ma è aumentata la fisicità dei giocatori. Non credo che si siano disimparati i fondamentali, piuttosto sono cresciuti moltissimo i ritmi. Ed anche la cura che i giocatori hanno verso sé stessi ha portato ad un prolungamento delle carriere: una volta c’erano elementi come Meneghin, Riva o Premier che giocavano benissimo anche a quarant’anni, poi c’era stata una contrazione nell’età media dei veterani. Da un po’ di tempo la tendenza si è invertita ed ora i veterani trovano largo impiego nonostante un aumento della velocità».

Che Nutribullet vedremo?

«Abbiamo costruito una squadra che rispecchia le mie idee di pallacanestro, rispettando un budget preciso. Alcuni elementi sono stati confermati, in altri casi abbiamo cercato il meglio disponibile in rapporto alle disponibilità finanziarie. Non ho nulla da rimpiangere, penso che si sia rispettato ogni obiettivo. Ora tocca a noi, allo staff tecnico, lavorare perché il gruppo funzioni». 

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