L’impresa di Coras: quinto alla Milano-Sanremo «All’arrivo mi sono tuffato, è stato un battesimo»

Il runner-filosofo protagonista all’Ultramarathon più lunga d’Europa: 285 chilometri in 47 ore 

il personaggio

È un traguardo che non arriva mai, «che proprio non devi nemmeno pensare che esista», quello dell’Ultramarathon Milano-Sanremo, la corsa più lunga d’Europa: 285 chilometri. La “classicissima” del ciclismo trasformata in una sfida per i runner più estremi. Partenza lungo il Naviglio Pavese, in località Conca Fallata, l’arrivo in spiaggia, nella città dei Fiori, toccando il mare. Domenica scorsa, 12 settembre, il montebellunese Riccardo Coras, 46 anni, quel traguardo sulla sabbia l’ha tagliato classificandosi al quinto posto.


Un risultato eccezionale, scandito dal sottofondo del brano scelto per l’occasione “Song 2” dei Blur, adrenalina pura, dopo aver corso per 47 ore e 11 minuti. «Quando sono arrivato avevo molta energia» racconta Coras «mi sono tolto le scarpe e mi sono tuffato nel mare fresco della Liguria. L’acqua ha risvegliato tutti i miei sensi, è stato come un battesimo». Non è la prima volta che l’ultramaratoneta trevigiano completa la “classicissima” (c’era riuscito nel 2016, arrivando 17esimo) ma risultato della settimana scorsa supera anche le più rosee aspettative: «È un quinto posto (su 60 partecipanti alla partenza, ndr) davvero inaspettato che ripaga l’allenamento, le mie assenze da casa e soprattutto anche il grande lavoro del mio accompagnatore Matteo Bandiera (che proprio oggi disputa un ironman in Austria): mi ha seguito e supportato dall’inizio alla fine».

In questi due giorni scarsi di gara (la partenza era venerdì 10, alle 10), sempre in strada, sempre di corsa, è successo di tutto: «Quando ero in crisi totale, a Savona, disteso sulla panchina di un parco pubblico, attorno alle sei di sabato pomeriggio, Matteo» racconta Coras «mi ha comprato un gelato, due palline di cioccolato. È stato come tornare bambino e sono ripartito». Non si dorme mai? «Ho fatto una pausa al chilometro 120, sugli Appennini, ho dormito per 50 minuti in un sacco a pelo dentro al bagagliaio dell’auto. Era notte fonda, poi ho ripreso a correre con “Give It Away” dei Red Hot Chili Peppers a palla sull’autoradio». E il cibo? «In queste gare ci si idrata costantemente, tengo sempre con me una borraccia d’acqua e ogni ora, circa, anche meno, si mangia qualcosa, uova, marmellate, di tutto».

La corsa per l’atleta di Montebelluna, cresciuto nelle Marche, sembra scritta nel destino, la parola stessa è anagramma del suo cognome. Ma una domanda è d’obbligo: chi glielo fa fare? «Me lo sono chiesto anche io» commenta «penso che Giacomo Leopardi abbia già risposto per me: solo quando l’uomo è completamente sfinito non ha bisogno di nulla e trova il benessere. Non lo faccio per cercare di superare il limite, quando corri sei solo con te stesso, procedi e non sai perché».

Per affrontare una corsa di due giorni, quasi sette maratone di fila, serve tanto allenamento, supporto, ma anche un profondo lavoro psicologico, che va a rimodulare il rapporto con il tempo: «Non esiste più» spiega Coras «l’unico modo per raggiungere il traguardo è sentirsi liberi nell’elemento aria, strada e battito cardiaco. Il tempo, malgrado sia paradossalmente il vero avversario, in queste corse è un fattore che va annullato, quando lo si considera si finisce sotto stress e sotto pressione». Quest’anno tra Milano e Sanremo, a causa di una frana sul passo del Turchino, il percorso dell’ultra ha subito una variazione, rendendo tutto più difficile e portando il dislivello positivo, dai “normali” 1778 metri, a 3822, più del doppio. Ma le salite per Coras, che si è preparato negli ultimi mesi anche con nuoto e bici, non sono state un problema.

Ha inaugurato la sua “nuova vita” da ultrarunner nel 2009, a 34 anni, disputando la cento chilometri del Passatore, da Firenze a Faenza. E poi l’Eroica nel 2013, la Rimini Extreme, l’Asolo 100 sul Grappa, “montagna di casa”, disputata per cinque edizioni consecutive dal 2012 al 2016, e ancora la Nove Colli, 202 chilometri con 3220 metri di dislivello positivo. Classiche del ciclismo che diventano sfide al limite.

Che valore hanno queste corse? «Ho iniziato con la cento chilometri del Passatore perché l’aveva fatta mio nonno nel 1978» racconta «c’è una targa a casa sua che celebra quell’impresa definendolo “dalle elette doti atletiche e morali”. Prima ero sedentario, ho pensato che se le doti atletiche erano irraggiungibili avrei almeno potuto puntare a quelle morali». —



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