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Tra giraffe, bufali e ali di folla in festa: «Il nostro Safari Rally che non scorderemo»

Due navigatori veneti, lo scorzetano Scattolin e il vittoriese Marcon sono stati tra i protagonisti di una gara piena di passione e imprevisti

TREVISO. Più che una semplice gara, un’incredibile corsa a ostacoli. Zebre, bufali e giraffe che ti attraversano la strada, chilometri e chilometri di gente assiepata a bordo strada che, se non interviene la polizia, ti si siede sulla macchina per farsi un selfie. Un misto di passione, storia e strade massacranti. Questo è stato il Safari Rally, sesta gara del Mondiale. Lì c’erano anche due navigatori veneti, lo scorzetano Simone Scattolin e il vittoriese Alberto Marcon.

Chi più chi meno, per entrambi il Safari è stato agrodolce. Scattolin è arrivato undicesimo assoluto con Lorenzo Bertelli e la loro Ford Fiesta Wrc, ad appena 54 secondi dal poter tornare a casa da una corsa massacrante con un punto iridato, il sesto della carriera. A Marcon è andata peggio, visto che si è dovuto ritirare per le conseguenze di un incidente patito in trasferimento. Eppure entrambi parlano di questo Safari come di un’esperienza incredibile, di una gara che è stato un onore correre.

Certo, conta anche la storia: qui fino a vent’anni fa si correva su strade completamente aperte al traffico su un percorso lungo più di mille chilometri. Quest’anno è stato diverso, ma di sicuro non più semplice: «Non è stata la gara di un tempo, ma c’erano tutte quelle caratteristiche: le prove erano durissime, piene di buche e pietroni per 300 chilometri.

C’era anche il fesh-fesh, dove è facile insabbiarsi. Eravamo partiti con calma e la nostra strategia ci avrebbe fatti arrivare settimi, ma nella quarta prova si è staccato un manicotto e abbiamo perso tutta l’acqua. Ci siamo ritirati e abbiamo preso 40’ di penalità: peccato, ci saremmo meritati la top ten», racconta Scattolin.

Dopo le prove, le difficoltà arrivavano nei trasferimenti: in uno di questi “Scatto” ha dovuto fare tre chilometri a piedi cercando di spostare dalla strada la gente, che l’aveva invasa per salutare il rally: «Non saremmo mai riusciti ad arrivare all’ultima prova. C’era parecchia polizia, ma laddove non ce n’era a chiudere le strade i residenti costeggiavano i trasferimenti o occupavano la strada in macchina su tutte e quattro le corsie, passandoti dappertutto. La gente è accogliente, ma molto povera: ogni volta che ci fermavamo ci veniva incontro una guardia armata», prosegue.

Oltre alle difficoltà della strada, non sono mancate quelle della natura: «È stato bellissimo poter vivere un safari da solo, in macchina, a contatto ravvicinato con la natura. Ho visto da vicino giraffe, elefanti e zebre, e anzi in una prova ci siamo dovuti fermare in mezzo alla strada perché ce n’era una che ci bloccava il passo. È una gara unica: è una grande fortuna averla corsa ed essere riuscito a finirla», racconta.

Anche Marcon ha avuto un’esperienza molto ravvicinata con la fauna locale, meno piacevole: «Abbiamo rischiato di sbattere su un bufalo enorme: sono sicuro che gli abbiamo preso almeno la coda. Era immenso, ci è andata bene», dice con ancora un po’ di paura nella voce. La sua gara, condotta con Piero Canobbio e la sua Mitsubishi Lancer evo X R4, è finita sabato sera: mancavano 50 chilometri di prove, ma la cella di sicurezza danneggiata in un incidente stradale con un camion ha obbligato la Fia a non permettere loro la ripartenza per la domenica mattina.

 «È stato un peccato, ma è andata così. L’ultima prova l’abbiamo corsa senza porta: ci è entrata talmente tanta polvere che non riuscivo a leggere le note. È stata un’esperienza arricchente sul piano personale, una gara corsa in posti stupendi. Uscendo da Nairobi abbiamo fatto 40 chilometri con la gente da una parte all’altra della strada a salutarci, e la domenica abbiamo trovato una fila di 20 chilometri di camion fermati per non intralciare lo svolgimento della gara», racconta incredulo.

La parte turistica della gara lo ha portato a vedere anche facoceri e imparare a diffidare delle zebre, che ti cambiano direzione in un amen e rischiano di finirti sul parabrezza: «Ci sono mancati solo i ghepardi, ma è stato meraviglioso. La gente era dappertutto e a volte era anche pericoloso, ma il suo calore è stato veramente straordinario», racconta. Un ricordo indelebile.

La gara si è corsa tutta all’interno di tenute private e gli organizzatori, fortemente sostenuti dalla Fia, hanno lavorato anni per ritrovare in piccolo tutte le caratteristiche del vecchio Safari: «Ci sono riusciti. È stata davvero una gara massacrante», ripeteva alla fine Scattolin. Anche per questo a Marcon il ritiro ha bruciato ancora di più: «Canobbio vive in Kenya da una trentina d’anni e per questo conosceva bene quelle strade. Teneva giù laddove possibile, ma soprattutto sapeva alzare il piede nei punti più complicati. Quell’incidente in trasferimento davvero non ci voleva: abbiamo tentato di proseguire nonostante la porta si sia staccata proprio in conseguenza di quell’urto, ma quando in assistenza abbiamo visto arrivare il commissario tecnico Fia abbiamo capito subito che non ci saremmo mossi da lì. I danni erano davvero evidenti», racconta con una punta di amarezza.

Ma è niente, davanti alla meraviglia di aver corso una gara inimitabile.

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