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Calcio, se il mister è una donna: "Ora alleniamo noi, basta pregiudizi"

Sono soltanto undici le allenatrici tesserate in provincia di Treviso. «Ci vuole passione e competenza, i club lo capiranno». Ecco le esperienze di Giulia Zorzetto e Serena Cusinato

Andrea Dossi
2 minuti di lettura

TREVISO Le donne si stanno ritagliando il giusto spazio nel calcio a suon di risultati e competenze per nulla inferiori agli uomini. La nazionale femminile ai mondiali del 2019; poi Sara Gama prima vicepresidente donna dell’assocalciatori, Milena Bortolini prima a entrare nel consiglio della Figc; quindi Cristiana Capotondi che ha raggiunto la vicepresidenza della Lega Pro. Queste figure, però, rischiano di essere solo casi isolati perché, di fronte ai numeri, il calcio femminile è ancora limitato, soprattutto se si parla di allenatrici.

DATI ALLA MANO

Si prendano i numeri di tecnici donna residenti in provincia di Treviso: ci sono 20 tesserate che possono sedere in panchina, di cui 9 tra medici o operatrici sanitarie. Solo 11 ragazze sono allenatrici: 6 sono in possesso del patentino Uefa C, che permette di esercitare nei settori giovanili, e 5 hanno quello di Uefa B, che dà la possibilità di allenare in serie C femminile e D maschile.

PERCHÉ QUESTI NUMERI?

Prova a rispondere chi siede in panchina. Serena Cusinato di Vedelago da ottobre 2020 allena i primi calci della squadra del paese e Giulia Zorzetto di Cornuda ha guidato i più piccoli dell’Union Qdp dal 2017 al 2019. Entrambe venticinquenni e laureate in Scienze motorie. «C’è lo stereotipo dell’uomo che fa calcio, del mister che deve essere uomo e la donna fa altro – spiega Cusinato - ho delle amiche che giocano in serie B e non vedono alcun soldo. Se una donna è laureata e ha tutti i patentini per allenare è difficile che prenda uno stipendio pari agli uomini. Invece i ragazzini seguono sempre il mister, al di là dal sesso. Le squadre dovrebbero ampliare la visione, come il Vedelago, così anche quelle più grandi cominciano a capire».Zorzetto spera di vedere presto gli effetti dello spazio giustamente dato al calcio femminile: «La disuguaglianza con il maschile esiste perché gli stereotipi sono duri da contrastare, ma il genere non dovrebbe rappresentare una barriera nello sport. A livello nazionale e internazionale sono stati fatti enormi passi per il femminile ed è sperabile continuare così. Il cambiamento di mentalità dovrebbe partire con più impegno dalla scuola e dalle società sportive».

L’ESPERIENZA INSEGNA

Il campo di gioco annulla le differenze. Anzi, spesso una figura femminile si dimostra migliore in certi aspetti, soprattutto con i giovani calciatori. «Allenare i bambini è una grande responsabilità – racconta Zorzetto - ho sempre cercato di creare un clima di divertimento e inclusione: nei 2 anni che ho allenato il tasso di abbandono è stato pressoché nullo». Cusinato fa leva sulle competenze: «Non pensavo di essere ascoltata così tanto essendo una ragazza e mi trovo bene al Vedelago. Ho una sola ragazzina, ma si vede che è avanti anni luce rispetto ai ragazzini e spesso è lei a spiegare a loro. È indispensabile una figura laureata in scienze motorie che lavori sulla coordinazione e sugli schemi motori di base».

LA PASSIONE BATTE GLI STEREOTIPI

Le due allenatrici invitano a non porsi limiti: «È ora di eliminare stereotipi pericolosi e retrogradi – conclude Zorzetto - non si può prescindere dalla parità di genere. I genitori non dovrebbero precludere a una ragazza di avvicinarsi al calcio. Le società dovrebbero promuovere il settore femminile, valorizzando le ragazze». E Cusinato le fa eco: «Bisogna buttarsi, tentare e provare, magari contattando le squadre, cercando di mettere da parte i timori. Se c’è la passione nulla ti può fermare e se ci sono le competenze i club capiranno». —
 

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