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Bordin: «Riportiamo la corsa a scuola»

Il coach delle venti ragazze targate Diadora: «Il terrorismo? Non c’era tensione»

CAERANO SAN MARCO. La voce dall’altra parte del telefono è energica e felice, a conferma che la passione di un campione per lo sport è inesauribile. La voce è quella di Gelindo Bordin, maratoneta vicentino che ha scritto la storia della corsa italiana con il suo oro ai Giochi Olimpici a Seul e la vittoria della maratona di Boston nel 1990. Quando Diadora gli ha chiesto di preparare un gruppo di 20 ragazze - alcune completamente “a digiuno” dalla corsa - a correre la maratona di New York, tra ...

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CAERANO SAN MARCO. La voce dall’altra parte del telefono è energica e felice, a conferma che la passione di un campione per lo sport è inesauribile. La voce è quella di Gelindo Bordin, maratoneta vicentino che ha scritto la storia della corsa italiana con il suo oro ai Giochi Olimpici a Seul e la vittoria della maratona di Boston nel 1990. Quando Diadora gli ha chiesto di preparare un gruppo di 20 ragazze - alcune completamente “a digiuno” dalla corsa - a correre la maratona di New York, tra le più difficili per percorso e logistica, la risposta non poteva che essere positiva. Siamo felici di aver portato tutte al traguardo, con un ottimo livello anche dal punto di vista tecnico. È un percorso difficile e ondulato, con molti ponti, e non è banale nemmeno la logistica. Per organizzare oltre 50 mila persone i tempi sono molto dilatati, si parte presto con i transfer ma si aspettano ore prima dell’inizio. Tutte hanno seguito i consigli e la tabella che abbiamo preparato per arrivare a questo giorno al meglio, fisicamente e mentalmente. Tra lavoro e famiglia, sono riuscite ad incastrare gli allenamenti, non è da tutti».

La motivazione di un pubblico come quello di New York ha aiutato?

«L’atmosfera è certamente un aiuto che dà motivazione e energia. E se è vero che ormai la maratona newyokese è sempre più italiana (oltre 3.000 gli italiani che vi hanno partecipato, ndr) purtroppo riscontro un’allarmante mancanza di cultura allo sport nelle scuole. Le capacità motorie dei ragazzi stanno peggiorando, conseguenza anche di un mondo digitale che travolge e crea isolamento con impatti negativi sulla salute e sulla motricità, invece che trasmettere i valori positivi dello sport, che valgono per tutte le situazioni della vita, dalla scuola al lavoro al rispetto per gli altri e per se stessi».

Un appello a ripensare i programmi scolastici?

«In Italia manca una cultura allo sport che passi per la scuola. Senza programmi adeguati di educazione motoria perdiamo gli anni più importanti dello sviluppo dei ragazzi. In questo modo l’educazione allo sport arriva solo dalla famiglia, con sacrifici sia in termini di tempo che di risorse economiche. Di questo passo il Paese farà fatica a ritrovare nuovi campioni, sia negli sport di squadra che individuali».

L’attacco che è avvenuto qualche giorno prima della maratona ha influenzato il gruppo?

«All’inizio la preoccupazione, c’era perché pensare di proteggere oltre 42 chilometri di strada è complicato, anche con la presenza di forze dell’ordine importante. Durante la corsa però non ho respirato tensione o paura. Stiamo vivendo un momento difficile, in cui grandi eventi sportivi sono sinonimo di grande tensione e per gli sport all’aperto i percorsi sono difficilmente proteggibili. Questo però non deve intaccare la passione e la partecipazione degli sportivi, e la maratona di New York è stata l’ennesima prova che il mondo dello sport non si ferma davanti alla paura».

Cosa si porta a casa, come coach, da questa avventura?

«Un gruppo di ragazze spaventate all’inizio per la lunghezza del percorso che alla fine l’ha portato a termine, ognuno nei propri tempi e termini. Vedere la gioia di ognuna di loro nei loro occhi oltre alla fatica è stata una sensazione bellissima. Mi porto a casa l’emozione di un gruppo vincente, che ci ricorda che gli italiani sono un popolo che, se stimolato, può raggiungere qualsiasi risultato». (c.b.)