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La rinascita di Pianu «Scouting per l’Inter e sogno la panchina»

L’ex Treviso con i nerazzurri: è osservatore per il NordEst «Ho lavorato anche in un bar, ma al calcio non rinuncio più»

TREVISO. Al suo nome è legata una bella fetta di storia recente del Treviso. Settantotto presenze dal 1999 al 2004, poi il ritorno nel 2007 e altre due stagioni in archivio. Terminate, suo malgrado, con il fallimento del club biancoceleste. E l’inizio di un incubo che pare non conoscere fine. William Pianu, da un incubo, è invece uscito: assolto nel calcioscommesse. E nel calcio, dopo una fugace apparizione nel Treviso di Corvezzo, allenatore dei Giovanissimi e vice della prima squadra con B ...

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TREVISO. Al suo nome è legata una bella fetta di storia recente del Treviso. Settantotto presenze dal 1999 al 2004, poi il ritorno nel 2007 e altre due stagioni in archivio. Terminate, suo malgrado, con il fallimento del club biancoceleste. E l’inizio di un incubo che pare non conoscere fine. William Pianu, da un incubo, è invece uscito: assolto nel calcioscommesse. E nel calcio, dopo una fugace apparizione nel Treviso di Corvezzo, allenatore dei Giovanissimi e vice della prima squadra con Bosi, è tornato a pieno titolo da inizio dicembre: osservatore per l’Inter. In questi giorni, è dai familiari a Torino. L’animo è rinfrancato, la soddisfazione di essere tornato in pista (e ai piani alti) è tanta. Anche se l’ex difensore di Triestina e Bari, 41 anni compiuti il 7 dicembre, aspirerebbe ad altro: l’obiettivo è riabbracciare, tosto o tardi, la panchina. Magari nei tornei pro’. E così, l’avventura nel vivaio nerazzurro diventa un interessante grimaldello.

Pianu, in cosa consiste il nuovo lavoro?

«Sono osservatore dal primo dicembre. Solo per l’Italia. In particolare, per il NordEst. Mi occupo della classe 1999, in funzione della Primavera del prossimo campionato. Farò il talent scout, seguirò tante partite. E dovrò relazionare, una volta al mese, al responsabile del vivaio Roberto Samaden».

L’obiettivo?

«Esaudire il sogno di qualche ragazzo, fare in modo che realizzino le stesse aspirazioni che noi avevamo da piccoli. Mi piacerebbe lanciare giocatori che un giorno possano esordire in serie A. E non perché li ho scoperti io, ma perché con determinazione hanno saputo arrivare in alto».

Un’opportunità che le permette di riallacciare il filo con l'alto livello: che cosa si aspetta?

«Finalmente riprendo a lavorare. E lo posso fare nel calcio che conta. Sarà una bella esperienza, il ruolo di osservatore può diventare un trampolino per il lavoro che intendo fare. Perché allenare è la mia vita. Perché, prima o poi, vorrei tornare in panchina. Perché mi sento più portato per quel mestiere. Ho rifiutato nei mesi scorsi un paio di offerte dall’Eccellenza (Fontanafredda e Giorgione, ndr), l’intento era di rientrare nel calcio in una certa maniera».

All’Inter l’ha cercata il Chief administrator Giovanni Gardini, con cui condivise l’avventura al Treviso?

«Otto anni insieme. C’è stima reciproca, conosce il mio valore. Sarei ipocrita a dire che non ci sia stato il suo avvallo. Anche se un paio di colloqui li avevo già fatti prima del suo ingresso all’Inter. E poi c’è Gian Paolo Manighetti, altra vecchia conoscenza dei tempi del Treviso: ora fa il capo osservatore per l’estero. Mi hanno dimostrato subito fiducia».

Che cosa ha fatto lontano dalla panchina?

«Ho lavorato in un bar a Mogliano. Vicino a casa, abitando a Mestre con la fidanzata. E nel tempo libero ho cercato di aggiornarmi il più possibile. Ho seguito tante partite in Veneto. L’ho fatto per me stesso, volevo imparare e conoscere».

Ha attraversato due fasi drammatiche nella storia del Treviso: i fallimenti di Setten e Corvezzo. Possibile che in via Foscolo non si riesca a trovare pace?

«Posso ritenermi fra i pionieri, fra i primi a vivere la “tragedia” cittadina. Se non c’è un progetto sano, non si può pensare di fare calcio. Servono investimenti e competenze. Servono persone preparate. Altrimenti sarà sempre la solita solfa e non ne verremo mai fuori».