Tokyo 2020, Marcell Jacobs: “È andata come l’avevo sognata”

La medaglia d’oro nei 100 metri: «Per liberare corpo e mente ho dovuto risolvere il rapporto con mio padre. Merito della mental coach»

DALL’INVIATA A TOKYO

Marcell Jacobs come è nata la notte delle meraviglie?
«Tutto come previsto: la finale l’abbiamo corsa come volevamo. Per arrivarci abbiamo fatto un record europeo, poi l’abbiamo superato e abbiamo vinto l’oro. Così come doveva andare, almeno nei miei sogni così doveva essere».

Come si sono avverati?
«Ho trovato la tranquillità e ho lavorato per farlo. La mia mental coach mi ha suggerito di risolvere il rapporto con mio padre che io non sentivo da anni. Mi ha detto: “Se non lo fai non andrai mai veloce quanto potresti”. Io sono cresciuto con mamma e poi io e lui ci siamo ignorati, ma non si può liberare corpo e mente se si è arrabbiati».

A che età ha iniziato a immaginare di diventare campione olimpico?
«Da bambino giocavo a esserlo. Più sogni in grande meno pazzo sei ed è quello che dirò ai miei tre figli quando racconterò questo oro: credete in quello che siete. Io sosterrò sempre la loro fantasia, come ha fatto mia madre con me».

E la fantasia quando è diventata un lavoro concreto?
«Tre anni fa mi sono trasferito a Roma con il mio allenatore Paolo Camossi e abbiamo messo su un team di lavoro importante».

Ci racconti i suoi 100 metri d’oro.
«Non me li ricordo. In partenza avevo appena visto Gimbo vincere il suo oro e mi sono detto “si può, lo devi fare, lo puoi fare”. Non c’era un favorito numero uno e sono anni ormai che non penso più che sia impossibile correre a certi livelli. Appena uscito dai blocchi ho capito che era tutto giusto ed è stato il lanciato più naturale della vita. Al tuffo mi sono proprio buttato».

L’oro vale un altro tatuaggio?
«Di certo sì, mi sono disegnato addosso tutti i punti cardinali dell’esistenza. Le frasi dell’adolescenza con gli amici, le date di nascita dei miei cari, la lupa e il Colosseo per la nuova avventura. Ora devo meditare qualche cosa di epico».

Lei nasce come lunghista, passa ai cento per problemi fisici. Quale è stato il punto più basso?

«Ne ho presi tanti di schiaffi, alcuni sconvolgenti. Il peggio l’urlo di dolore a Gavardo, dopo un infortunio in una gara di lungo. L’antitesi del mio urlo a Tokyo. Le tante delusioni, le batoste mi hanno portato a dare ancora di più. Per questo la bandiera tricolore oggi è ancora più importante del solito, veniamo da un anno devastante per tutti».

Lei come ha vissuto i vari lockdown?
«Mi sono potuto allenare, ho persino avuto un anno di più per farlo. Ma ho visto tanti guai. Lo sport può aiutare per avvicinare la luce in fondo al tunnel».

Dove era nel 2008 quando Bolt faceva il record a Pechino?
«Al mare, a guardare le Olimpiadi in tv. Le gare di Usain le so a memoria per quanto le ho viste».

Ora è il suo successore.
«Lui ha gestito un’era e ha cambiato l’atletica. Io sono quello che ha vinto dopo di lui, ma non mi paragono di certo».

Sarebbe stato più bello di così con il pubblico?
«Dovreste chiedere a Gimbo che ovviamente in assenza di pubblico se lo è inventato con la curva degli atleti e ha stravolto il protocollo per il giro d’onore nello stadio vuoto. Io all’inizio ero troppo concentrato, non avrei colto la differenza».

Ora che tutti chiedono chi è Marcell Jacobs, lei che cosa risponde?
«Il campione olimpico dei 100 metri. Oddio, è la prima volta che lo dico a voce alta e suona stranissimo, devo ancora realizzare. Stanotte resterò tutto il tempo a guardare il soffitto. Non so quando inizierà a scendere questa botta di adrenalina, forse giusto prima della staffetta».

I suoi colleghi in pista come hanno reagito?
«Mi hanno fatto i complimenti, quando è stato il momento delle foto io mi mettevo a caso e loro: devi stare in mezzo, sei tu che hai vinto. È un palcoscenico a cui non sono abituato».

Quanto ci vorrà?
«Quando oggi salirò sul podio con l’inno e la medaglia sarà vero, la appendo sul muro di casa e da lì non si sposta».

Ora i bambini italiani potranno sognare di vincere i 100 metri?
«Io mi chiedevo sempre, ma che cosa hanno gli altri più di me? La risposta è niente»

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