Jacobs e Tamberi, momenti di gloria

Marcel Lamont Jacobs e Gianmarco Tamberi

Va bene, lo sappiamo: la vittoria è ingannevole. Solo perdendo si comprende la complessità del mondo, la sua bellezza, le sue possibilità. Solo con la sconfitta apprendi, cresci, progredisci. Com’era quel verso della poesia di Rudyard Kipling citata fino alla nausea? “Che tu possa incontrare la vittoria e la sconfitta, e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso.” Più o meno.

Grande verità, grande saggezza.

Va bene, ciao saggezza. Non esiste niente come vincere, nello sport. Lasciatemi spiegare con un ricordo personale, e mi scuso in anticipo per l’intrusione.

Hai diciannove anni, hai trascorso un’infanzia e un’adolescenza di goffaggine e timidezza. Hai cercato un improbabile riscatto nello sport e un giorno capita quello che sembrava del tutto impossibile: ti ritrovi a combattere per entrare in zona medaglie di una importante gara nazionale. Hai già superato cinque combattimenti e adesso è arrivato quello decisivo. Se vinci entri fra i primi quattro, prendi la cintura nera, hai una medaglia sicura e grazie a questa medaglia la tua squadra vince la Coppa Italia.

Ti ricordi tutto, molto precisamente. Meglio di (quasi) qualsiasi altra cosa. La paura camminando verso il quadrato; la paura dietro i tuoi occhi inespressivi, dietro gli occhi inespressivi dell’altro. Saltare, colpire, cercare di schivare o parare, prenderle, darle, braccia che non riesci più a tenere alte in guardia, calci che non riesci più a tirare perché le gambe sono pesantissime, respirare con la bocca, pregare che finisca perché non ce la fai più, voler colpire e non riuscirci – ti sembra –, pensare che non ti importa niente di vincere o perdere purché finisca, pensare che hai voglia di buttarti a terra e non lo fai e non sai perché e che cosa ti tiene ancora in piedi e poi suona la campana e non sai cosa è successo, non sai se hai vinto o hai perso e poi l’arbitro alza il braccio verso di te e capisci che hai vinto e non esiste niente altro in quel momento, niente altro che quel momento. Nessuno te lo potrà togliere.

Non esiste nulla come vincere nello sport, io lo so.

Fine dell’intrusione e veniamo a oggi. Abbiamo questo ragazzo italiano alto e magro con la faccia simpatica, il tipo di cui al liceo (ma magari anche dopo) si innamoravano le ragazzine. Si rompe una gamba prima delle olimpiadi di Rio e sul gesso stenografa un sogno: Tokio 2020. Lo realizza volando a me. 2,37 e provate a segnare su un muro di casa questa misura, così, per avere un’idea meno astratta di cosa stiamo parlando.

L’oro nel salto in alto basterebbe a noi tutti per un’intera giornata o un’intera Olimpiade. Ma adesso ci sono i cento metri e tutti pensiamo di nascosto, per un attimo, che sarebbe pazzesco e fantastico se anche l’altro ragazzone italiano, dieci minuti dopo, prendesse la medaglia d’oro. Quella più proibita di tutte. Ma certe cose succedono solo nei film e ci accingiamo a guardare la finale dei cento metri con un sano disincanto. Molto bello che un italiano finalmente per la prima volta nella storia sia arrivato in finale, godiamoci la cosa, speriamo che faccia bella figura e lasciamo perdere i sogni assurdi. Nella tensione mostruosa che precede lo sparo uno dei finalisti fa una falsa partenza e tutti gli altri scattano a seguirlo e l’unico a non muoversi, fermo ai blocchi è proprio il ragazzone italiano. Caspita che nervi d’acciaio, ti dici. Probabilmente sarà perché non ha troppe aspettative e non è nervoso. Di nascosto anche a te stesso ti dici: magari è perché ha i nervi d’acciaio ed è così concentrato perché vuole vincere. Vabbè lasciamo perdere queste esegesi mediocri e godiamoci la gara. Comunque vada, come si dice, sarà un successo. Probabilmente vince il cinese, o forse l’americano, sarà una questione fra loro. Però a metà gara avanti è proprio il ragazzone italiano e tu pensi che di sicuro lo riprendono. Non può reggere, l’americano sta andando fortissimo (a proposito, nel momento di massima accelerazione vanno a cinquanta chilometri all’ora, tanto per dare anche qui un’idea meno astratta), forse però una medaglia ci scappa. Invece non lo riprende nessuno e d’un tratto ti sembra di rivivere la leggendaria scena di Momenti di gloria. Ti sembra di essere al posto dell’allenatore Sam Mussabini (interpretato dal grande Ian Holm) che sfonda il suo cappello con un pugno per la felicità quando il suo ragazzo Harold Abrahams vince i cento metri alle olimpiadi di Parigi. Poi si mette a piangere. Nessuno gliela potrà togliere, questa cosa.

E nemmeno a noi.

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