Jacobs, Tamberi e gli ori giocati insieme alla Playstation: “E se vinciamo davvero?”

L'intesa tra i due atleti nasce come uno scherzo e diventa un appuntamento in pista

DALL’INVIATA A TOKYO. Due ori così non si potevano immaginare, non si osava sognarli o desiderarli e per fortuna lo sport si muove sempre più veloce di noi, all’improvviso cambia marcia e ti traina che tu sia pronto o no. Lo fa quando cambia la società, lo fa quando sposta la dimensione e l’Italia dell’atletica lo ha appena fatto con questo Paese. Ci ha detto che è ora di andare veloce e di puntare in alto e lo ha fatto con due ragazzi che magari non osavano definire le loro ambizioni ma le avevano ben presenti. Chiare.

Il giorno prima della gara è quello della tensione e del silenzio, quello delle ore scandite dalla ritualità e così è stato anche per i due azzurri: messaggi e massaggi, Tamberi che riceve «pacche sulle spalle dagli sconosciuti» ovvero parole di spinta via social e Jacobs in videochiamata con i figli, «la mia boccata di energia», poi però, nelle lunghe ore da sciogliere perché non si facciano troppo pesanti c’è una sfida tripla alla playstation, su più fronti e con diversi traguardi.

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Alla console Tamberi e Jacobs, primo round sulla F1 per andare veloci e a ogni giro una provocazione: «Ma la vinci la tua gara?», «Guarda la strada e pensa a saltare». Poi la Nba e lo scherzo diventa sogno tra schiacciate e canestri, passione per entrambi gli azzurri poco affascinati dal calcio e molto più presi da altri sport: «Ma tu immaginati se vinciamo tutti e due». La frase resta lì, sospesa nell’aria.

Tamberi la lancia, Jacobs non la raccoglie ma non la lascia certo cadere e al terzo giro di mondi virtuali la faccenda diventa incredibilmente concreta, mentre i punti finti scivolano via senza che nessuno dei contendenti li controlli più, la medaglia vera si materializza nella loro testa e invece di scacciare il pensiero per scaramanzia i due spalancano la porta all’impossibile: «Li possiamo prendere veramente due ori? Uno dopo l’altro?». «Si può fare».

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Ridono, ma lo sanno benissimo che è un’intesa vera e lo dimostrano in pista e se lo dicono con le teste sotto il tricolore, nascosti in uno stadio vuoto e davanti a miliardi di persone nel mondo, sotto una tenda fatta con la bandiera e retta dalle loro teste, quella rasata di Jacobs, quella con i ricci di Tamberi, profili molto riconoscibili foderati di bianco rosso e verde. Sembra un accampamento, bambini che giocano e campioni che festeggiano. Tutto insieme, tutto incredibile eppure vero e non per caso. 

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