Il lampo Marcell e quel messaggio del papà sparito

L’azzurro venuto dal Texas e il segreto del papà ritrovato

TOKYO. «Tu sei Lamont Marcell Jacobs jr. Tu puoi vincere le Olimpiadi. Noi siamo con te. Ti amiamo. Siamo dalla tua parte»: sabato, vigilia della finale dei 100 metri ai Giochi di Tokyo, l’asso italiano Marcell Jacobs riceve questo messaggio. Ha tre figli, due, Anthony e Megan, nati tra il 2019 e il 2021 dalla compagna Nicole Daza, “fashion girl” si definisce via Instagram, un terzo, Jeremy, nato nel 2013 da una precedente relazione. Anche sua mamma, Viviana Masini, è attiva sui social media, e scrive spesso al figlio, alla sigla “crazylongjumper”. Ma il laconico messaggio, arriva da un fuso di 14 ore in ritardo su Tokyo, ed è unico, «per me il più importante» ammette schivo Jacobs. Quel breve testo, partito da Dallas, Texas, era di suo padre, Jacobs senior, rapporti perduti per anni e che il campione olimpico ritrova grazie alla psicologa Nicoletta Romanazzi. La “mental coach” intuisce che «Marcell deve ritrovare suo padre per acquisire sicurezza, arriva alle gare con troppa ansia addosso». L’angoscia innesca infortuni, che rallentano Jacobs nel salto in lungo e lo frenano, passato allo sprint, «Al traguardo sento le gambe fermarsi da sole» confessa l’atleta.

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Dal Texas la sua storia è partita, nato a El Paso il 26 settembre del 1994. Sua mamma viene da Desenzano del Garda, il papà militare nell’Esercito Usa, si mettono insieme quando la signora Viviana ha 16 anni, si sposano, ma arriva Lamont Marcell e lo U.S. Army decide che è ora di mobilitare Jacobs padre in Corea, alla guerra 1950-1953 manca ancora un trattato di pace.

Viviana Masini torna in Italia, Marcell parla male inglese, «sono italiano al 100%», giochicchia al calcio, «sei veloce, ma non prendi mai la palla, prova con l’atletica» gli dice un professore, i risultati arrivano, ma non a pieno. Campione d’Italia nel lungo 2016, passa alla velocità nel 2018, la critica Katherine Foley, analizzando Usain Bolt, definisce del resto i 100 metri «salti in lungo ripetuti». I tempi migliorano, record italiano dei 60 metri in 6.47, 100 metri 9.80, staffetta 4x100 38.11 ma la zona d’ombra in dirittura, il filo di lana annodato nel cervello, quella volata contro se stessi che a Tokyo ha rubato le medaglie d’oro ad Osaka e Biles, gli fa paura.

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«Devi parlare al tuo sangue americano» ripete la psicologa Romanazzi, di botto così celebre che ieri i suoi siti saltano «per eccesso di contatti». Jacobs ci prova «con i tatuaggi» da asso Nba, papà giocava a basket, ne sfoggia un reticolo sulla pelle. Ieri il sito ufficiale delle Olimpiadi lo battezza «Nato negli Usa, ma definitivamente italiano», il web lo ritrae a gesticolare con la mano «Che abbiamo fatto?» con Gimbo Tamberi, e partono online le mappe geografiche dei tatuaggi, nomi della compagna e figli, la sigla crazylongjumper, l’amore per la famiglia, la tigre “simbolo di forza”, una citazione del comico Chaplin sul coraggio. Il Covid stressa Marcell, difficile muoversi tra Roma e Desenzano, «la mente non mi seguiva e con lei le gambe». Un vicino di casa, Alberto Papa, atleta dei campionati master a 59 anni, ha costruito una pista in Regupol, a 4 corsie, dietro l’angolo dall’albergo di mamma Viviana, vista sul lago e Sirmione. Là, nei mesi terribili del lockdown, Marcell tiene il corpo formidabile in riga, alto 1 e 88 per 79 kg di peso. Alla fine, taglia corto e si fa vivo con il padre. Usa l’inglese un po’ slegato, social e whatsapp, padre e figlio si ascoltano, dopo un quarto di secolo di silenzi. Ieri il quotidiano El Paso Times esaltava «il nostro ragazzo medaglia d’oro», il Dallas Morning News l’asso “Texas born”.

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«Born in the USA» è l’inno di Bruce Springsteen, in Texas le ballate country di Willie Nelson lamentano la nostalgia. Ieri, come milioni di telespettatori, Jacobs senior ha visto Jacobs junior trionfare tra gli assi eterni dello sport. Solo lui e il figlio sapranno cosa si siano detti per ritrovarsi. Tutti noi, italiani, americani, genitori, figli, umani, esultiamo per questo ragazzo in maglia azzurra, venuto dal Texas, che ha saputo guardarsi nel pozzo della paura, dentro l’anima, e prevalere col sorriso più bello, mentre 60 milioni di fratelli gli urlavano, come il pazzo Gimbo Tamberi, «Ma che c. hai fatto?» prima di sentire al cellulare un compunto «Pronto? Sono Draghi…».

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