Gianmarco Tamberi: “Ho fatto qualcosa di immenso”

La medaglia d’oro nel salto in alto: «Soltanto adesso so che è valsa la pena fare tutto quel che ho fatto per arrivare qui»

DALL’INVIATO A TOKYO. Un urlo. È quello di Gianmarco Tamberi che si annuncia. La sua voglia di raccontare travolge le tv di tutto il mondo che gli chiedono del gesso che porta tra le mani come un trofeo e dell’abbraccio con Jacobs. Risponde raccontando mille volte un’emozione, centellinandola come l’ultima stilla di sudore che ha speso in pedana per vincere l’oro.

Gimbo è tornato e ce l’ha fatta. Oro a Tokyo, finalmente.
«Ancora non ho realizzato, un’emozione così non l’avevo mai provata. Fino all’altro giorno non sapevo se era valsa la pena fare tutto quello che ho fatto per arrivare a essere qui adesso. Vincere un’Olimpiade così, dopo aver perso quella di Rio per l’infortunio di cinque anni fa, è un’emozione che non rivivrò più nella mia vita: vorrei farla provare a tutti perché è incredibile».

Un appuntamento con il destino più che una finale olimpica.
«Non vedevo l’ora di fare questa gara perché sapevo che qualcosa di magico sarebbe successo. Ho veramente avuto un chiodo fisso da quando ho iniziato la riabilitazione dopo l’infortunio: Tokyo. Ce l’avevo in testa, era il mio mantra».

Ex aequo con Mutaz Essa Barshim, fuoriclasse del Qatar. Altro segno del destino.
«Lui è un grande amico, non ho mai nascosto che forse è il saltatore in alto più forte di tutti i tempi. Ha dimostrato in passato di valere delle misure stratosferiche ed è l’unico atleta insieme a me di questa finale che è passato attraverso un infortunio terribile. Siamo grandi amici, in questi anni ci siamo detti un sacco di volte “Ti immagini cosa potrebbe essere salire insieme sul gradino più alto del podio”. Ed è successo».

Il vostro successo passa attraverso un accordo sportivo. Cosa vi siete detti?
«Quando il giudice ci ha chiesto se sapessimo cosa prevede il regolamento (ex aequo o saltare di nuovo tutte le misure già superate, ndr), ci siamo guardati in faccia e poi ci siamo abbracciati. Non potevamo togliere l’uno all’altro la gioia più grande della vita».

In pista con il gesso che ha portato cinque anni fa. Un modo per esorcizzare il passato?
«Rappresenta quello che ho pensato negli ultimi cinque anni tutti i giorni. Il mio obiettivo è sempre stato provare a vincere l’oro olimpico. In questa giornata, quando mi sono svegliato, ho realizzato che potevo provare a vincerlo. Quindi avevo raggiunto il mio obiettivo, era il momento di tirare fuori solo Gimbo non più Half-shave, capelli bianchi e tutto il resto. Semplicemente Gimbo con tutte le persone che l’hanno sostenuto in questi anni».

Quando è cambiato Gimbo?
«Non è mai cambiato, semplicemente è cresciuto passando attraverso delle cose che non auguro a nessuno. Sono stati cinque anni molto difficili, anni in cui ho deciso di mettere lo sport davanti alla mia vita, la mia ragazza ha deciso di mettere il mio sport davanti alla sua vita. Per questo è una vittoria condivisa. Adesso però posso dire che ne è valsa la pena».

Dopo tutto quello che è successo, ci saranno altri tre anni di sacrifici per difendere l’oro a Parigi?
«È la prima volta nella mia vita che voglio veramente godermi la vita. Voglio godermela fino in fondo, poi sarà quel che sarà. Ho dimostrato di essere leggermente in forma, non voglio pensare al domani».

Ha abbracciato tutti dopo la vittoria, fino a imbattersi in Marcell Jacobs che aveva appena vinto un altro oro, quello dei 100 metri.
«Non ero nella pelle, non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, mi tremavano tutte le gambe, il cuore mi esplodeva, un’emozione incredibile. Piangevo e ridevo, era estasi pura. Poco prima che partissero i 100, si sono spente le luci e ho fatto un urlo enorme. Credo che Marcell l’abbia sentito e spero di avergli inviato energia positiva. Lui è in una forma spaventosa. Per l’Italia è una giornata che va ricordata per sempre, proprio adesso che stiamo subendo qualcosa di enorme come la pandemia. Queste che stiamo affrontando non sono difficoltà qualsiasi».

Allora Gimbo, non resta che dare un titolo a tutto questo.
«Non ho vinto l’Olimpiade, ho fatto qualcosa di immenso».

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