I film caduti nella trappola delle sale chiuse dal Covid. Il regista Cupellini: «Il tempo ci è nemico»

Un'immagine di scena da “La terra dei figli”

Il suo “La terra dei figli” pronto da mesi non può uscire e non è il solo: «Alla riapertura ci sarà un sovraffollamento di titoli»

PADOVA. «È stato un colpo di fulmine. Appena ho finito di leggere la graphic novel di Gipi “La terra dei figli”, mi sono detto che dovevo farne un film. Ho mollato tutto e mi sono lasciato rapire dall’idea di portare quelle pagine al cinema». Claudio Cupellini racconta così la scintilla di un progetto che è già un film ma che nessuno può ancora vedere.

Tutti in coda, aspettando

L’emergenza sanitaria e la chiusura dei cinema hanno bloccato la distribuzione dell’ultimo lavoro del regista padovano. Sfumata l’anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia lo scorso settembre, “La terra dei figli” non sarà nemmeno a Berlino dopo che il festival tedesco è stato ridimensionato a causa della pandemia.

«Stiamo cercando di capire quale sarà la sorte del film» dice Cupellini. «L’auspicio è quello che possa uscire in sala anche se siamo consapevoli delle difficoltà: non solo non sappiamo quando i cinema potranno riaprire ma, un secondo dopo la riapertura, si dovrà risolvere un possibile problema di sovraffollamento di film che, come il mio, sono pronti da mesi in attesa di uscire».

Il regista padovano Claudio Cupellini e Gipi, l'autore del graphic novel da cui è stato tratto il film

“La terra dei figli” racconta di una civiltà distrutta, di un padre e di un figlio che sopravvivono su una palafitta in riva a un lago. Non c’è più società e ogni incontro con gli altri uomini può essere pericoloso. «Ma non è un film fantascientifico» precisa il regista. «Anzi, direi che ha tutto tranne un côté distopico: si racconta di un mondo che è appena finito ma ci sono tutti i ricordi del passato e, soprattutto, lo svolgimento è rigoroso e realistico. Non mi interessava spiegare perché nel futuro siamo arrivati alla fine della civiltà. Il cuore del film è sentimentale e segna il mio ritorno a temi che ho già trattato. Mi interessano i legami affettivi che vengono raccontati da un punto di vista emotivo molto forte».

Condizioni estreme

Come già in “Una vita tranquilla” e in “Alaska” che, rispetto al nuovo film, erano però ben piantati nel presente mentre “La terra dei figli” sublima quei legami affettivi così viscerali in un futuro prossimo e catastrofico, ispirato dal fumetto di Gipi.

«Nella trasposizione cinematografica ho cercato una via personale. Non mi interessava realizzare una copia carbone di un racconto che per di più era già molto visivo, essendo tratto da un fumetto. C’è qualche tradimento, ma sono differenze che, da un lato, sono naturali quando la pagina si trasforma in immagine e, dall’altro, rappresentano la mia visione intima».

Cupellini ha ricreato l’ambientazione paludosa e apocalittica del libro sul Delta del Po, tra le province di Rovigo e Ferrara, con incursioni a Chioggia. Otto settimane di riprese (tra fine ottobre e fine dicembre del 2019) flagellate dal maltempo, in condizioni climatiche a volte estreme.

«Ho dovuto infliggere un sacco di torture agli attori e alla troupe ma anche a me stesso» scherza Cupellini. «Ci alzavamo ogni mattina alle 5.20 e lavoravamo tra umidità, freddo, fango e perfino neve per le successive 12 ore. A novembre è arrivata anche l’acqua alta eccezionale che ha allagato alcune delle nostre location e semidistrutto una palafitta dalle parti di Chioggia. Un giorno dovevamo girare la scena iniziale del film su un isolotto fantasma che non compare nemmeno sulle carte. All’andata, con il vento a favore, lo abbiamo raggiunto in 25 minuti. Il ritorno è stato traumatico: con il vento contrario, la pioggia e la barca stracolma, ci abbiamo impiegato tre ore».

Il salotto non è la sala

Un’impresa anche fisica di cui Cupellini conserva comunque un ricordo dolce: «Ho trovato una troupe estremamente disponibile e poi sentivo un orgoglio particolare perché era la prima volta che giravo nel mio Veneto. E con gli attori il clima è stato splendido».

Il giovane protagonista è un esordiente assoluto al cinema: Leon de La Vallée, nome esotico ancorché italianissimo di Fiumicino, ha invece un certo seguito come rapper, con il nome d’arte di Leon Faun (alcuni suoi singoli hanno oltre 12 milioni di visualizzazioni su Spotify).

Nel cast ci sono anche due veneti, Maria Roveran e Paolo Pierobon, oltre a Valeria Golino, Valerio Mastandrea e Fabrizio Ferracane. Terminate le riprese, Claudio Cupellini ha sperimentato la post-produzione in smart working durante i mesi del lockdown trascorsi a Roma.

Ora non resta che vedere il film: in sala o sulle piattaforme? Potesse scegliere, il regista non avrebbe dubbi. «C’è ovviamente la voglia di farlo uscire al cinema. In primo luogo, perché questo film è visivamente molto ricco. Ma soprattutto non dobbiamo dimenticarci di una cosa. Andare al cinema non significa solo avere uno schermo più grande e un suono migliore. È proprio una visione diversa. È una sospensione completa dal tempo e dalla realtà. Quando guardi un film anche nel miglior salotto, con la migliore tecnologia possibile, non ti abbandoni mai completamente, hai sempre un cellulare vicino e la possibilità di interrompere la visione. Non è la stessa immersione nel film, la stessa possibilità di sognare e di perdersi».

Eppure, la riapertura dei cinema non sembra essere una priorità nell’attuale situazione. «Non c’è dubbio che il nostro settore sia stato oltremodo penalizzato. Per onestà intellettuale devo dire che i sacrifici più grandi sono sulle spalle degli esercenti e dei distributori perché la filiera produttiva non si è fermata, anzi. In questi mesi si lavora moltissimo anche perché le piattaforme hanno bisogno di contenuti nuovi. Quello che non funziona è la chiusura totale delle sale, perché non mi sembra che prendere un treno o andare in chiesa comportino un rischio molto diverso. Con i cinema si è andati un po’ duri: perché non riaprire le sale, anche solo al 20% della capienza, lasciando liberi gli esercenti se aderire a una simile iniziativa o continuare a rimanere chiusi? Si potrebbe aprire qualche spiraglio, se non altro per non perdere una abitudine che, purtroppo, in Italia già stavamo smarrendo, vuoi per un fattore culturale, vuoi per la fatiscenza delle strutture. Più passa il tempo e più sarà difficile tornare indietro».

La nuova stagione di Gomorra

Tra un ricordo dell’infanzia padovana – «non posso pensare che sale come il Lux rischino di non riaprire» – e la speranza che in primavera le cose possano cambiare, Cupellini comincerà a girare a breve gli episodi della stagione finale di “Gomorra” «per mettere un punto, insieme a Marco D’Amore, a una lunga avventura». All’orizzonte c’è il nuovo film che sta scrivendo. Un po’ presto per rivelare anche solo una suggestione del nuovo progetto: «E poi lasciamo che prima esca “La terra dei figli”». —
 

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