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Coronavirus Veneto: i primi dati positivi ci dicono che non possiamo mollare

Il 27 novembre, per la prima volta nella seconda ondata, sono diminuiti in misura significativa i ricoverati in terapia intensiva

PADOVA. Il 27 novembre, per la prima volta nella seconda ondata, sono diminuiti in misura significativa i ricoverati Covid-19 in terapia intensiva, che ormai da una settimana erano un numero pressoché costante. Questa diminuzione è un segnale importante. Vuol dire che l’indice di contagio Rt è tendenzialmente inferiore a uno, ossia che il numero dei guariti, nell’ultima settimana, è stato superiore al numero dei nuovi casi.

Oggi i ricoverati Covid-19 in terapia intensiva sono 3.800, un numero vicino a quello massimo raggiunto nella prima ondata, all’inizio di aprile (4 mila). Per scendere a 1.500 fu necessario un altro mese di clausura stretta: passammo i ponti di Pasqua, del 25 Aprile e del Primo maggio in casa, e il lockdown venne allentato solo all’inizio di maggio.

Anche se in calo, i 3.800 pazienti Covid-19 in terapia intensiva testimoniano la presenza di un serbatoio ancora molto vivo e numeroso di asintomatici potenzialmente contagianti, un serbatoio simile a quello presente, nella prima ondata, a inizio aprile. Lo ha ben dimostrato il meritorio screening di tamponi di massa in Alto Adige, che ha individuato centinaia e centinaia di asintomatici sani e inconsapevoli.

Questi numeri ci incoraggiano, ma nello stesso tempo debbono spaventarci. Ci dicono che, prima di gennaio, non possiamo aprire i ristoranti e i bar la sera, né le scuole superiori, né le università né – tanto meno – le piste da sci. Che dobbiamo mantenere rigidi controlli e quarantene per chi viene dall’estero. Che dobbiamo continuare a vivere mascherinati e distanziati, che non possiamo affollare i centri commerciali, i treni, i pullman.

Solo quando avremo svuotato i reparti ospedalieri, le terapie intensive – e quindi il serbatoio dei potenziali contagianti – potremo ricominciare una parvenza di vita normale. Dovremo però mettere in atto aggressive politiche di tracciamento dei casi, e quarantene molto rigide alle frontiere, possibilmente concordando tutto con gli altri Paesi europei. In attesa di vaccinazioni di massa, non possiamo permetterci una terza ondata. —

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