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Farmaci per la depressione, attenzione se si soffre di cuore

Farmaci per la depressione, attenzione se si soffre di cuore
Li userebbe quasi un cardiopatico su cinque. Questi medicinali nel tempo sarebbero associati ad un rischio quasi raddoppiato di decesso in chi ha malattie cardiache importanti
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Il problema è sempre lo stesso. Capire se nasce prima l’uovo o la gallina. Non si sa  se sono depressione ed ansia a determinare un maggior rischio in chi soffre di patologie cardiovascolari, dato peraltro già assodato, oppure se i trattamenti per tenere sotto controllo depressione ed ansia possono essere essi stessi un fattore che possono influenzare nel tempo i pericoli per la salute dei cardiopatici. Certo è che, pur senza determinare una possibile correlazione ed un chiaro rapporto causa effetto ma solamente una possibile associazione, una ricerca danese coordinata da Pernille Fevejle Cromhout dell’Ospedale Universitario di Copenaghen mette in guardia su questo fronte. E segnala non solo l'importanza di una valutazione psicologica per le persone che fanno i conti con le malattie cardiache, ma anche la necessità che il cardiologo tenga in considerazione l'eventuale trattamento in corso per problemi della psiche. Stando allo studio, pubblicato sull'European Journal of Cardiovascular Nursing, l’assunzione di questi medicinali risulta associata ad un maggior rischio anche se la stessa esperta segnala come siano necessarie ulteriori ricerche per “valutare se la maggiore mortalità è dovuta all’uso di farmaci psicotropi o alla patologia di base”.

C’è però un ulteriore elemento da considerare: non tutti i pazienti con malattie cardiovascolari importanti avrebbero lo stesso rischio nel caso che seguano terapie per contrastare l’ansia (i cui sintomi sarebbero presenti in circa il 30% dei soggetti esaminati) o la depressione, che spesso fa seguito alla diagnosi di una patologia cardiaca significativa. Stando all’indagine, infatti, l'uso di farmaci di questo tipo è risultato maggiormente diffuso tra le donne, i soggetti più anziani, i fumatori, chi è rimasto solo, chi aveva minori livelli di istruzione e chi presentava un più elevato numero di patologie concomitanti. Lo studio ha arruolato 12.913 pazienti ricoverati per cardiopatia ischemica, aritmie, insufficienza cardiaca o cardiopatia valvolare dall'indagine nazionale DenHeart. I partecipanti hanno completato un questionario alla dimissione dall'ospedale e sono stati classificati come affetti da sintomi di ansia se hanno ottenuto un punteggio pari o superiore a otto nella valutazione dell’ansia in base alla Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS-A). A fianco di queste osservazioni, si sono valutate le informazioni sul consumo di farmaci, traendo i numeri dai registri nazionali.  I soggetti inseriti nella ricerca sono stati definiti consumatori di psicofarmaci se avevano avuto almeno una prescrizione di benzodiazepine, antidepressivi a antipsicotici nei sei mesi che hanno preceduto il ricovero in ospedale per problemi cardiovascolari. Poi si è proceduto a monitorare la salute delle persone inserite nella ricerca nei dodici mesi successivi all’entra in ospedale. Risultato? Andiamo con ordine. Il 18% dei pazienti, quasi uno su cinque, ha avuto la prescrizione di almeno una confezione di farmaci destinati ad agire sullo stato psicologico: tra i più impiegati in queste persone ci sono stati le benzodiazepine e i classici antidepressivi. La presenza di ansia è stata particolarmente significativa, tanto che circa un malato su tre doveva fare i conti con problematiche legate a questo quadro e proprio tra gli ansiosi l’impiego di farmaci è risultato doppio rispetto agli altri. Il 3% dei pazienti osservati è deceduto nel primo anno dalla dimissione, ma la percentuale è salita al 6% tra chi assumeva farmaci per ansia, depressione ed altre condizioni patologiche del genere rispetto al 2% osservato in chi aveva un atteggiamento “migliore” in termini di psiche.
Secondo la studiosa danese, pur se necessitano ulteriori studi, queste indicazioni vanno considerate con attenzione nella gestione dei cardiopatici. “I pazienti con malattie cardiache che soffrono di ansia dovrebbero informare gli operatori sanitari coinvolti nel loro trattamento come farebbero con qualsiasi altra condizione coesistente – conclude l’esperta. E dovrebbero anche chiedere che la loro ansia sia riconosciuta come importante e pari alla loro malattia cardiaca”.