Piemonte, aumentano i tumori del polmone tra le donne

Il numero sale dell’1,5% l’anno: una crescita che si deve soprattutto al fumo di sigaretta. E, a causa di Covid-19, stanno aumentando anche le diagnosi tardive
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Aumentano le diagnosi di tumore del polmone tra le donne in Piemonte: dell’1,5% l’anno. E si hanno pochi dubbi sulla causa principale: il fumo di sigaretta, che il maggior fattore di rischio per questa neoplasia ed è sempre più diffuso nella popolazione femminile. Il tabagismo però non è il solo aspetto che preoccupa. Nell’anno della pandemia, nella Regione, si è osservata un’importante riduzione degli accessi ospedalieri per le prime visite in ambito oncologico, per il timore del contagio. Un dato in linea con quello nazionale che ha visto, nel 2020 rispetto al 2019 per tutti i tumori, un calo dell’11% delle nuove diagnosi, del 13% dei nuovi trattamenti e del 18% degli interventi chirurgici. E la riduzione degli accessi dei pazienti agli ospedali piemontesi, soprattutto durante il lockdown, sta mostrando i primi segnali negativi.

 
Aumentano le nuove diagnosi in stadio avanzato

“Nella nostra struttura ad Asti, negli ultimi mesi abbiamo osservato un netto incremento di diagnosi di carcinoma del polmone in stadio avanzato, con grave sintomatologia, talvolta in condizione di grave insufficienza respiratoria e necessità di intervento urgente”, racconta Daniele Pignataro, Dirigente Medico Oncologia Ospedale Cardinal Massaia. Diverso è il caso dei pazienti già in corso di trattamento, a cui è stato possibile assicurare la continuità terapeutica grazie alla presenza di una Rete Oncologica regionale consolidata: “Nella mia struttura, come in tutte le altre della Regione - prosegue Pignataro - sono state messe in atto tutte le misure necessarie per evitare di esporre i malati oncologici, che spesso si trovano in una condizione di particolare fragilità, al rischio del contagio, con la diversificazione degli ambienti, la creazione di percorsi ad hoc e, quando possibile, il ricorso alla telemedicina. Le terapie necessarie non differibili sono proseguite regolarmente, ma con accesso limitato, con le dovute eccezioni, ai soli pazienti sia per le attività ambulatoriali che di day hospital”. Nei periodi più critici della pandemia in molte strutture è stata inoltre attivata la consegna di farmaci orali a domicilio per alcune categorie di pazienti.

 

Quando il tumore è in stadio III

Ora, questo aumento delle diagnosi di cancro del polmone in stadio avanzato pone un quadro preoccupante, perché le possibilità di controllare la malattia si riducono. “Quando la neoplasia viene identificata in stadio ancora localizzato, però, è possibile intraprendere un percorso che consente il controllo della malattia e l’allungamento della sopravvivenza”, dice Lucio Buffoni, Responsabile Oncologia Humanitas Gradenigo di Torino. Per i pazienti colpiti da carcinoma del polmone non a piccole cellule (la forma più frequente) in stadio III, quando spesso il tumore non può essere rimosso chirurgicamente, infatti, oggi esistono diverse possibilità terapeutiche, tra cui l’immunoterapia.

 
I nuovi risultati a 5 anni

Per decenni la chemio-radioterapia è stata l’unica opzione disponibile: a contribuire a cambiare il panorama è stato lo studio internazionale di fase III PACIFIC a 5 anni, presentato all’ultimo Congresso della American Society of Clinical Oncology (ASCO). I risultati dello studio hanno dimostrato i benefici apportati dall’immunoterapia nel carcinoma non a piccole cellule localmente avanzato. Nello specifico, si è registrato un tasso di sopravvivenza globale a cinque anni del 42,9% per i pazienti trattati con durvalumab rispetto al 33,4% con placebo dopo chemio-radioterapia. Dopo il trattamento immunologico della durata massima di un anno, il 33,1% dei pazienti trattati con durvalumab non è andato incontro a progressione cinque anni dopo l'arruolamento, rispetto al 19% del placebo. “Lo studio - sottolinea Buffoni - ha dimostrato che durvalumab somministrato come terapia di mantenimento, dopo trattamento chemio-radioterapico, incrementa in maniera importante la sopravvivenza anche nel lungo periodo. I risvolti sul fronte della cura sono molto vantaggiosi. Si conferma così la possibilità di offrire un trattamento ad intento curativo in questi pazienti”.

 
L'importanza dei test molecolari

Per garantire la terapia migliore sono fondamentali la stadiazione e la profilazione molecolare. “Lo stadio di malattia e le caratteristiche molecolari – conclude Pignataro - definiscono la terapia appropriata. Somministrare il farmaco giusto al paziente giusto al momento giusto aumenta in modo considerevole la percentuale di persone che guariscono o raggiungono una sopravvivenza a lungo termine. In tutto questo, però, è necessario sottolineare che l’arma migliore che abbiamo a disposizione rimane la prevenzione primaria: solo combattendo il fumo di sigaretta, responsabile di più dell’85% dei casi, è possibile ridurre in maniera considerevole l’incidenza e, di conseguenza, la mortalità del tumore del polmone”.