Covid, dura di più la protezione da vaccino o da malattia?

Tanti studi e risposte che man mano che si va avanti diventano più accurate. Più efficace la protezione ibrida, da vaccino dopo malattia. E la terza dose è utile per far maturare gli anticorpi
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Quanto dura la protezione indotta dalla malattia e quanto quella da vaccinazione? I vaccini funzionano contro le varianti fino a oggi emerse? Perché è meglio vaccinarsi anche se si è già contratto il virus? Gli studi che tentano di rispondere a questi interrogativi sono molti. Ma se in alcuni casi occorre la sfera di cristallo - come per la durata dell'immunità -, per altri le risposte cominciano a farsi chiare. Un recente studio pubblicato su Lancet Microbe ha stimato - sulla base del comportamento dei coronavirus - che l'immunità naturale dovuta all'incontro con il virus potrebbe durare al massimo due anni. Ma se si considera che la protezione generata dalla malattia più una dose di vaccino è estremamente superiore a quella generata dalla sola malattia, la scelta di vaccinare anche gli ex-malati è più che mai corretta. A tal proposito, uno studio appena pubblicato sulla rivista Nature ad opera del Monoclonal Antibody Discovery (MAD) Lab di Fondazione TLS guidato da Rino Rappuoli, ha individuato nel sangue degli individui con pregressa infezione e vaccinati quali sono le cellule B della memoria maggiormente in grado di neutralizzare le varianti oggi presenti. Un'indicazione fondamentale sia a supporto della necessità di una terza dose sia una chiara indicazione per la progettazione della prossima generazione di vaccini anti Covid-19.

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Come funziona la risposta immunitaria?

Quando il nostro corpo viene in contatto con un agente esterno dannoso come Sars-Cov-2 produce una reazione immunitaria composta da due fasi: quella aspecifica - presente già alla nascita e non dipendente da incontri pregressi - e quella specifica, diretta in maniera precisa contro quel determinato agente esterno. Quest'ultima è essenzialmente mediata da due tipi di cellule: i linfociti B e i linfociti T. I primi sono i responsabili della produzione di anticorpi, i secondi della risposta cellulare al virus. In entrambi i casi in seguito ad un'infezione o alla vaccinazione si creano specifiche cellule della memoria in grado di attivarsi in caso di incontro con il patogeno.

La durata della protezione

Quanto duri la protezione però dipende da molte variabili. Se per alcuni agenti patogeni l'immunità può durare per tutta la vita - pensate alle vaccinazioni effettuate da bambini - per altri occorre un richiamo. Per quanto riguarda Sars-Cov-2 questo rimane ancora un mistero, dal momento che il virus è presente tra noi da meno di due anni. Secondo un'analisi effettuata dai ricercatori della Yale School of Public Health l'immunità non durerebbe poi così a lungo. Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno incrociato i dati relativi alle reinfezioni da Sars-Cov-2 con quelli relativi al comportamento di altri coronavirus simili come Sars-Cov e Mers-Cov. In questo modo è stato elaborato un modello predittivo secondo cui l'immunità ottenuta per via naturale, ovvero tramite l'incontro con il virus, non supererà i due anni.

Malattia e vaccino, massima protezione

Ma al di là di questa previsione, che troverà conferma solo nell'osservazione della realtà, gli studi sino ad oggi pubblicati sull'immunità indicano chiaramente che "fare la malattia" - al di là della pericolosità e degli strascichi da long-Covid - non induce una risposta immunitaria paragonabile per efficienza ad un ciclo vaccinale completo o a una pregressa infezione più una dose di vaccino. Ma andiamo ai dati: uno studio realizzato dai CDC statunitensi ha mostrato come negli anziani delle case di riposo le probabilità di reinfezione nei non vaccinati (ma con pregressa infezione) sono 2,5 volte maggiori rispetto ai vaccinati. Non solo, uno studio pubblicato su Nature ha dimostrato che con una sola dose di vaccino post-esposizione al virus la risposta immunitaria è di gran lunga superiore rispetto a quella già importante causata dalle due iniezioni di vaccino. Una risposta quantificabile, in termini di produzione di anticorpi, tra le 25 e le 100 volte superiore ed efficace anche contro le varianti mai incontrate precedentemente, segno che gli anticorpi evolvono nel tempo migliorandosi.

Vaccini a misura di variante

Assodato dunque che la vaccinazione a ciclo completo e la vaccinazione in singola dose post-infezione producano una risposta "migliore" della sola malattia, lo studio appena pubblicato su Nature dal Monoclonal Antibody Discovery (MAD) Lab di Fondazione TLS si è spinto oltre aggiungendo un tassello fondamentale alla conoscenza. "Gli studi precedenti - spiega Emanuele Andreano del MAD e responsabile del Progetto Covid19 - hanno sempre indagato la risposta "policlonale" della vaccinazione alle diverse varianti emerse nel tempo. In altre parole hanno sempre valutato la capacità degli anticorpi presenti nel sangue di neutralizzare le diverse forme virali. Nel nostro studio abbiamo invece voluto caratterizzare, analizzando ogni singola cellula B in grado di produrre anticorpi, quali fossero le migliori in termini di neutralizzazione delle diverse varianti virali".

Per farlo gli scienziati italiani hanno comparato il siero di individui immunizzati tramite vaccinazione e individui con pregressa infezione più una dose di vaccino. "Dalle analisi - prosegue l'esperto - siamo riusciti ad isolare quelle cellule B che meglio rispondono alle varianti oggi in circolazione. Averlo fatto è di fondamentale importanza per il futuro delle vaccinazioni anti Covid-19. Sapendo quali sono gli anticorpi prodotti che meglio neutralizzano il virus abbiamo le informazioni necessarie - è il concetto di antigen-design - per "adattare" il vaccino ed avere così una produzione di anticorpi capaci di riconoscere il virus che non è più quello originario isolato a Wuhan".

Sì alla terza dose

Ma lo studio del MAD fornisce un'ulteriore indicazione circa la possibilità di una terza dose di vaccino indipendentemente dallo stato di salute della persona (ricordiamo che ad oggi negli individui sani e sotto i 60 anni la protezione da vaccino contro la malattia grave rimane molto elevata, prossima al 93%). "Come dimostrato da diverse analisi, nel tempo gli anticorpi maturano e diventano sempre più specifici contro l'agente patogeno. Nel nostro studio abbiamo dimostrato che c'è una differenza tra la sola immunità da vaccino e quella "ibrida", ovvero quella indotta da malattia più vaccinazione. Una differenza in favore di quest'ultima. Questa caratteristica supporta l'ipotesi terza dose per tutti gli individui vaccinati in modo tale da ottenere una "maturazione" degli anticorpi utili a rispondere alle varianti emerse" conclude Andreano.