Covid, il cocktail di anticorpi che frena la malattia

L'Oms raccomanda due farmaci, ma in situazioni specifiche e per alcune categorie definite di pazienti. Il virologo Fabrizio Pregliasco: "Una buona terapia, ma la stiamo ancora studiando"  
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Un cocktail di anticorpi monoclonali per trattare pazienti Covid in precise condizioni di avanzamento della malattia. La raccomandazione è arrivata dall'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e conferma una fiducia crescente verso questo tipo di terapia.

Il trattamento è basato sulla combinazione di due anticorpi monoclonali, Casirivimab e Imdevimab, prodotti dalla Regeneron, per due specifiche categorie di malati di Covid. La prima è formata dai pazienti con malattia non grave, però ad alto rischio di ospedalizzazione; la seconda riguarda chi è in condizioni gravi o critiche senza aver mostrato una risposta immunitaria al virus.

"Gli anticorpi monoclonali stanno dando ottimi risultati, soprattutto in un'applicazione precoce - spiega Fabrizio Pregliasco, virologo, direttore sanitario dell'Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano - quindi deve esserci un ruolo di connessione tra territorio, ossia medici di famiglia, e ospedale. Ma, a tutt'oggi si tratta di un'infusione lenta: infatti è previsto un day hospital per somministrare quesi anticorpi. E vanno valutati ancora gli elementi avversi".

Due raccomandazioni

La prima raccomandazione dell'Oms si basa su nuove prove provenienti da tre studi che non sono ancora stati sottoposti a revisione paritaria, ma mostrano che Casirivimab e Imdevimab probabilmente riducono il rischio di ospedalizzazione e la durata dei sintomi nei soggetti a più alto rischio di malattie gravi: è il caso di vaccinati, anziani, o pazienti immunodepressi. La seconda raccomandazione trova fondamento nei dati dello studio Recovery: mostrano che i due anticorpi riducono probabilmente i decessi (che vanno da 49 in meno su 1.000 nei malati gravi a 87 in meno nei malati critici) e la necessità di ventilazione meccanica nei pazienti sieronegativi.

Come funzionano

Casirivimab e Imdevimab, spiega il British Medical Journal, quando utilizzati insieme, si legano alla proteina spike SARS-CoV-2, neutralizzando la capacità del virus di infettare le cellule. Gli esperti dell'Oms hanno riconosciuto diverse implicazioni in termini di costi e risorse associate a questo trattamento, che possono rendere difficile l'accesso ai Paesi a basso e medio reddito. Per questo hanno esortato le aziende produttrici e i governi a intervenire sul prezzo elevato e sulla produzione limitata della combinazione di anticorpi, e a garantire una manipolazione sicura e appropriata del medicinale.

Il trattamento, chiamato Ronapreve o REGEN-COV negli Stati Uniti, ha prodotto grandi guadagni per Regeneron. Nel Paese nordamericano le vendite hanno raggiunto 2,59 miliardi di dollari nel secondo trimestre dell'anno. La pharma americana fornirà 1,4 milioni di dosi aggiuntive di REGEN-COV al governo degli Stati Uniti entro il 31 gennaio al costo di 2.100 dollari per dose.

La terapia di Trump

La terapia con Casirivimab e Imdevimab ha ottenuto l'autorizzazione all'uso di emergenza negli Stati Uniti quando è stata utilizzata, lo scorso anno, per curare l'ex presidente Donald Trump. In Europa, invece, è in fase di valutazione, mentre la Gran Bretagna l'ha approvata il mese scorso.

Pur riconoscendo i costi elevati associati al trattamento, il panel dell'Oms ha affermato che, in virtù dei benefici registrati della terapia, "queste raccomandazioni dovrebbero fornire uno stimolo per attivare tutti i possibili meccanismi per migliorare l'accesso globale alla terapia e ai test associati". Oltre che ad abbassare i prezzi, l'agenzia ha anche esortato le aziende a trasferire le loro tecnologie per promuovere la produzione di biosimilari".

Ottimi risultati

"Gli anticorpi monoclonali stanno dando ottimi risultati soprattutto in un'applicazione precoce, anche se si tratta di un'infusione ancora lenta", sottolinea Pregliasco. Che mette l'accento sul lavoro in atto: "Si stanno conducendo studi per semplificare le cose - dice - io stesso sto partecipando a uno studio multicentrico in cui si mettono a confronto la somministrazione endovenosa con quella  intramuscolo. L'obiettivo è facilitare la terapia, una soluzione di più ampia diffusione, che credo avremo nel prossimo futuro. Per ora siamo tenuti anche ad una scelta, al rispetto di un criterio molto stringente: mi riferisco alla valutazione delle caratteristiche del paziente, l'esame delle sue comorbilità. Direi comunque che la strada è tracciata - conclude il virologo - credo che si tratti di una terapia che si andrà consolidando in un'applicazione sempre più sistematica. Anche in considerazione di un auspicabile calo dei prezzi e di una conferma della maneggevolezza, che tutto sommato si sta già profilando".