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Covid. Tornerà: siamo pronti per la prossima epidemia?

(ansa)
Mentre si lavora a un farmaco e a un vaccino universale contro tutti i coronavirus, gli esperti studiano strategie per prevenire l'emergere di nuovi patogeni. Imparando dagli errori del passato
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PER GLI esperti la domanda sul futuro post-Covid non è se arriverà la prossima pandemia. La domanda è quando arriverà. Perché che arrivi è praticamente una certezza, per l’insopprimibile capacità dei virus di fare il salto di specie e arrivare a noi: basta pensare che negli ultimi cinquant’anni i virus della famiglia Ebola sono passati all’uomo dagli animali almeno 25 volte. Come prepararsi, allora, a bloccare sul nascere le future pandemie?

Esistono già delle strategie studiate per fare in modo che la comunità internazionale sia preparata di fronte a una nuova pandemia: alcune sono più recenti, come l’idea di realizzare un farmaco universale contro tutti i coronavirus, su cui stanno lavorando gruppi come quello dell’immunologa Karla Satchell della Northwestern University di Chicago. Altrettanto recente è il tentativo di sviluppare un vaccino universale contro i coronavirus: su questo stanno lavorando ricercatori come Ralph Baric della University of North California, a partire dagli anticorpi di un uomo positivo al Sars-CoV-2 che si sono visti essere efficaci contro molti altri coronavirus. Sono tutte ricerche, queste, che però avranno bisogno ancora di qualche anno per portare a qualche risultato effettivo.

Sorveglianza attiva

Un secondo tipo di strategia per non essere impreparati di fronte alla prossima pandemia è essere costantemente vigili sull’emergere di nuovi patogeni, raccogliere senza sosta dati da tutto il mondo, specialmente dalle regioni più 'calde' per lo spillover tra l’animale e l’uomo, e usare quei dati per costruire modelli utili a fotografare in tempi brevissimi le prime fasi dello sviluppo di un'epidemia. Questa strategia non richiede innovazioni scientifiche, come nel caso dei farmaci o vaccini universali, eppure fino ad oggi, per come è stata implementata, non ha dato risultati degni di nota: la storia recente ci insegna che i sistemi di sorveglianza epidemiologica hanno spesso un inaccettabile ritardo. Come ricorda un recente articolo su Nature, la più grande epidemia mondiale di Ebola ha potuto diffondersi per oltre un mese prima che qualcuno la diagnosticasse, e la comunità scientifica ormai è concorde nel ritenere che in Cina ci siano state infezioni di Sars-CoV-2 già diverse settimane prima che venisse riportata la comparsa, a Wuhan, di una 'misteriosa polmonite'.

L'influenza

Per l’influenza esiste già dal 1952, ad opera dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 'Sistema globale di sorveglianza e risposta', un network di ricercatori che lancia gli allarmi per lo scoppio di focolai di nuovi ceppi di influenza, come successe per l’aviaria (H5N1). E l’influenza, infatti, ormai non ci coglie impreparati. Per l’emergere di virus del tutto nuovi, però, serve la possibilità di cercare segni che ancora non si conoscono. E in questo saranno sempre più utili le tecniche di sequenziamento genico di nuova generazione, che permettono di analizzare rapidamente grandi quantità di Dna e scoprire patogeni. Un esempio è la scoperta di un’epidemia di febbre gialla nel 2017 in Nigeria da parte dei ricercatori dell’African Center of Excellence in Genomics of Infectious Disease, grazie ai tempestivi sequenziamenti di Dna e Rna in pazienti che avevano febbre alta, ma erano negativi alle malattie più diffuse nella regione.

Per poter cogliere segni delle pandemie future sarà importante non solo rendere più frequenti i controlli sul sangue di chi lavora a contatto o in prossimità con animali che si sanno essere riserve per i virus, ma anche estendere l’analisi genomica a ciò che si trova nelle acque di scarico e, a campione, nell’aria in modo da rilevare particelle virali potenzialmente pericolose prima che si scateni un’epidemia. Naturalmente per tutte queste attività servono risorse, e le risorse sono più carenti proprio in molti dei luoghi noti per lo spillover dei virus dagli animali all’uomo.

Dati affidabili per prevedere il futuro

Nei Paesi dove le risorse non mancano, invece, le iniziative di preparazione alla prossima pandemia fioriscono. È recente l’impegno di Joe Biden (un impegno da 500 milioni di dollari) di creare un centro nazionale per la previsione e l’analisi delle epidemie. "Se avessimo raccolto dati migliori tra gennaio e febbraio 2020, avremmo potuto capire subito che il Sars-CoV-2 si trasmette attraverso l’aria e che anche gli asintomatici sono contagiosi", spiega Caitlin Rivers del Johns Hopkins Center for Health Security di Baltimora. Più avanti rispetto agli Stati Uniti, il Regno Unito ha inaugurato a maggio – con il supporto dell’Oms - un servizio che ha lo stesso scopo di quello annunciato da Biden, ovvero il Global Pandemic Radar Surveillance Network: vigilerà sullo scoppio di focolai epidemici in tutto il mondo, e sull’emergere di nuove varianti del Sars-CoV-2. Questo perché il tracciamento, per avere qualche chance di contenere future pandemie, deve essere globale. E proprio per questo bisognerà risolvere – a livello politico – quel disequilibrio tra Paesi ricchi e Paesi poveri che ha portato a situazioni come quella verificatasi nel 2006 quando l’Indonesia, che aveva fornito campioni del virus dell’influenza, si era poi vista negare l’accesso ai vaccini sviluppati anche grazie a quei campioni.

Più condivisione

Se la condivisione di dati tra nazioni deve essere incoraggiata il più possibile, secondo diversi esperti bisognerà incoraggiare anche un altro tipo di condivisione, ovvero stabilire – in caso di nuove pandemie - dei meccanismi di rinuncia temporanea, da parte delle case farmaceutiche, ai brevetti sui vaccini, in modo che la produzione dei vaccini possa aumentare grazie al reclutamento di produttori diversi dall’azienda che ha sviluppato il vaccino. Nessuna di queste misure, da sola, basterà: ma tutte insieme aiuteranno. E molto.