Vi sentite a rischio Covid? Vi spieghiamo perché

Come mai percepiamo alcuni comportamenti come pericolosi e allentiamo la guardia quando invece non dovremmo? Uno studio risponde a queste domande
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Nelle giuste dosi, la paura è un'emozione molto utile quando ci si trova in pericolo. Tutto sta, ovviamente, nel sapere cosa temere. Non sempre infatti la percezione soggettiva del rischio è equivalente a quella che si otterrebbe con una valutazione oggettiva, e Covid 19 non fa eccezione. Uno studio italiano, nato da una collaborazione tra Istituto Auxologico Italiano, Istituto Europeo di Oncologia, Università di Bergamo e Milano e l'Ospedale San Paolo, ha analizzato la questione, indagando quali fattori psicologici influenzino la percezione del rischio rispetto a Covid 19, e in che modo questo influenzi poi i comportamenti individuali. Arrivando a formulare un identikit delle caratteristiche psicologiche che spingono ad avere maggiori timori del virus, e ad adottare con maggiore insistenza le norme di prevenzione.

La differenza nelle percezioni

"All'inizio del primo lockdown ho notato che le persone rispondevano nei modi più disparati alle indicazioni delle autorità sanitarie", racconta Barbara Poletti, psicologa e psicoterapeuta, responsabile del Centro di Neuropsicologia dell'Auxologico San Luca di Milano. "La forbice era molto ampia: si andava da chi cambiava marciapiede per non incrociare un altro essere umano, a chi rifiutava di utilizzare la mascherina o di mantenere il distanziamento. Occupandomi da anni di percezione del rischio questo mi ha molto incuriosito, ed è così che è nato il nostro studio: per cercare quali fattori psicologici aiutino a prevedere una maggiore o minore percezione del rischio rappresentato da questo virus".

L'indagine, pubblicata su Frontiers in Psychology, ha coinvolto un campione di 911 cittadini adulti intervistati tramite un questionario online tra maggio e giugno del 2020. L'obiettivo dello studio era duplice: da un lato mettere in evidenza quali fattori, soprattutto psicologici, influenzano la percezione del rischio, dall'altro, verificare se la percezione del rischio fosse associata alla misura in cui i cittadini si sono attenuti alle misure preventive.

 

"Le ricerche precedenti si erano concentrate principalmente sui fattori sociodemografici che influenzano le opinioni su questa epidemia, noi abbiamo voluto valutare anche quelle psicologiche", sottolinea Poletti. "E in effetti, i nostri risultati ci dicono che se esistono alcuni fattori, come l'età o la scolarizzazione, che aiutano a prevedere la percezione individuale del rischio, quelli psicologici hanno però un influenza molto più preponderante. Allo stesso tempo, abbiamo dimostrato che al crescere del rischio percepito aumenta anche l'aderenza alle misure di prevenzione".

Parlando dei fattori psicologici, i più importanti sono risultati l'ansia e la modalità di relazione ansiosa, caratterizzata da una risposta emotiva particolarmente accentuata nel tentativo di attirare un possibile supporto sociale, un locus of control esterno, cioè la tendenza a pensare che la salute sia un qualcosa che non dipende direttamente da noi (ma sia piuttosto nelle mani di Dio, della fortuna, o di qualunque altro ente esterno a noi), e aver avuto un'esperienza diretta del pericolo. Tutti questi elementi predispongono ad avere una percezione del rischio adeguata alla situazione pandemica, e al contempo, mettere in atto le necessarie misure di prevenzione.

 

"I risultati di questo studio mostrano come un'elevata percezione del rischio si associa ad una maggiore adesione ai comportamenti preventivi, sottolineando l'utilità pratica e non solo teorica di studiare tale fenomeno", aggiunge Vincenzo Silani, professore ordinario di Neurologia dell'Università degli Studi di Milano. "Tali risultati potrebbero facilitare e ottimizzare la gestione della situazione attuale, ma anche circostanze simili in futuro".

In che modo? Individuando ad esempio le popolazioni che tendono ad avere una minore percezione del pericolo rappresentato da Covid 19, verso cui indirizzare gli sforzi di comunicazione. "La comunicazione corretta, puntuale e personalizzata è un elemento importante, che è mancato nella gestione di questa pandemia", conclude Poletti. "Quel che emerge anche dal nostro studio è che ricevere informazioni affidabili e coerenti aiuta a sviluppare un'adeguata percezione del rischio, e aumenta di conseguenza l'aderenza alle misure di prevenzione che ci è stato chiesto di seguire. È un aspetto su cui in futuro sarebbe bene fare maggiore attenzione, perché può fare la differenza".