Un aiuto dal Covid per eliminare l'epatite C

L'esperienza della pandemia suggerisce modelli di intervento per diagnosticare l’infezione. Utili per togliere di mezzo l'Hcv dall'Italia entro il 2030
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Dal Covid un'opportunità contro l'epatite C. Dall'esperienza maturata durante la pandemia il suggerimento di modelli per scovare l'infezione e arrivare al traguardo che già compare nell'Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e che l'Organizzazione Mondiale della Sanità caldeggia: eliminare il virus Hcv.

"Il Covid ha bloccato screening e trattamenti ma ha anche dimostrato come l'intervento di sanità pubblica possa essere diretto a tutta la popolazione e non solo a qualche categoria. Ed è diventato occasione per avviare modelli di intervento come screening congiunti o come la partecipazione del medico di medicina generale: si è capito quale importanza abbia il territorio nel tracciamento della malattia", dice Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali, Simit. "Nella lotta alle malattie infettive, non esistono passaporti e non esistono documenti d'identità: bisogna dare l'opportunità a tutti senza lasciare nessuno indietro. Le Regioni devono organizzarsi al proprio interno affinché tutta la popolazione possa essere raggiunta in maniera capillare creando dei percorsi diagnostico terapeutici che possano permettere di gestire tutto ", aggiunge Andreoni.

Va recuperato il tempo perduto. L'urgenza è stata ribadita in un incontro tra diverse società scientifiche e rappresentanti delle istituzioni che hanno fatto il punto sul posizionamento dell'Italia nella corsa verso questo obiettivo. L'evento è stato patrocinato dall'Istituto Superiore di Sanità, dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali SIMIT, dalla Federazione Italiana degli Operatori dei Dipartimenti e dei Servizi delle Dipendenze FeDerSerd,  dalla Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria SIMSPe dalla Società Italiana delle Patologie da Dipendenza SiPaD.

Primo passo: scovare il sommerso

L'obiettivo è essere in grado di diagnosticare almeno il 90% degli infetti e trattare almeno l'80% dei diagnosticati. Il primo passo è ridurre il numero di portatori di epatite C. Molte persone non sanno di essere malate, esiste un cospicuo sommerso di infetti. Si stima che tra le 200-300 mila persone siano ignare del loro stato di infezione da Hcv e che 80mila abbiano un danno avanzato del fegato e ancora non abbiano eliminato il virus.

I principali fattori di rischio per l'infezione sono l'uso anche pregresso di sostanze stupefacenti, trattamenti estetici a rischio, tatuaggi e piercing effettuati soprattutto in passato in condizioni igieniche non adeguate, interventi chirurgici o microchirurgici, trattamenti dentari effettuati quando non esisteva una profonda conoscenza del virus.

"Vanno ampliate le campagne di screening iniziando con la popolazione nata tra 1969-1989; poi coprendo chi è nato tra 1948 al 1968", suggerisce Loreta Kondili, medico ricercatore, responsabile scientifico della piattaforma Piter al Centro Nazionale per la Salute Globale dell'Istituto Superiore di Sanità.

Le conseguenze della pandemia da Covid-19 nella corsa all'eliminazione dell'epatite C

Da una parte la pandemia da Covid-19 ha fatto da freno alla corsa dell'eliminazione dell'epatite C: nel 2019 il numero dei pazienti trattati è diminuito e si è quasi interrotto nel 2020. Non senza conseguenze. "Si stima che rinviare i trattamenti per 6 mesi in Italia determinerà, a 5 anni, la morte di oltre 500 pazienti per una condizione correlata alle malattie del fegato", spiega ancora Loreta Kondili. Dall'altra parte la pandemia può suggerire modelli di intervento per trovare chi è infetto. Basta una goccia di sangue per fare uno screening.


I benefici in termini di vite umane e il ritorno anche economico nel caso di una campagna di screening e diagnosi tempestiva e ben fatta sarebbero notevoli. "Per 1000 pazienti diagnosticati e trattati, in 20 anni si andrebbero a prevenire oltre 600 eventi clinici infausti, a partire da episodi di cancro del fegato, con un risparmio per il Sistema Sanitario Nazionale di oltre 65 milioni di euro", dice Francesco Saverio Mennini, presidente Sihta. Il modello adottato durante l'emergenza sanitaria in corso, una rete di servizi coordinati da una cabina di regia, potrebbe essere d'ispirazione.