Covid, perché dopo la guarigione la stanchezza non passa

Il centro di Riabilitazione post Covid della Asl 3 di Genova 
La mancanza di forze è uno dei sintomi più comuni, persiste per mesi e in alcuni pazienti potrebbe essere destinata a cronicizzarsi
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Confusione, problemi di memoria, insonnia, depressione. Ma soprattutto debolezza: una mancanza di forze innaturale, che colpisce dopo sforzi fisici anche banali, e può arrivare a impedire di lavorare e portare a termine le normali routine quotidiane. È la "fatigue" (stanchezza, in inglese), uno dei sintomi più comuni, e debilitanti, del long Covid, quella sequela di sintomi con cui si trovano a convivere un numero considerevole (ma ancora non chiaro) di pazienti nelle settimane, e mesi, che seguono la fine dell'infezione. Disturbi di cui ancora non si conoscono precisamente le cause, che in molti casi rimangono ancora senza terapia e che rappresentano uno dei principali lasciti di questa pandemia con cui il Sistema sanitario nazionale dovrà presto fare i conti, quando vaccini e nuovi farmaci avranno finalmente addomesticato Sars-Cov-2.

A scorrere la lista dei sintomi collegati al long Covid si trova un po' di tutto: mal di testa, nausee, problemi intestinali, cardiaci e polmonari, disfunzioni renali, depressione e altri disturbi dell'umore. Uno dei più comuni, comunque, è senz'altro la fatigue, che spesso si accompagna anche a quella che in inglese viene definita "brain fog", ovvero un insieme di disturbi cognitivi (solitamente transitori) che danno l'impressione di avere il cervello "annebbiato", al punto da rendere complesso il pensiero, il ragionamento, e il ricordo di eventi anche recenti.

 

"I sintomi del long Covid sono senz'altro frequenti nei pazienti che guariscono dalla malattia acuta, anche se al momento i dati di letteratura sono ancora molto eterogenei", spiega Marco Rizzi, direttore dell'Unità Malattie Infettive dell'Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo, tra i primissimi ospedali ad affrontare l'arrivo di Covid 19 nel nostro Paese, e quindi anche tra i primi a fare i conti con le conseguenze a lungo termine della malattia. "Sappiamo comunque dall'epidemia di Sars del 2002, molto simile a Covid 19 per caratteristiche e agente eziologico, che si tratta di problemi relativamente comuni, che possono avere una durata molto variabile: spesso spariscono nel giro di qualche mese, ma sono noti pazienti che continuano a presentare problemi a 15 anni dalla guarigione nel caso della Sars".

Alcuni sintomi, come quelli polmonari, cardiaci, renali, sono probabilmente una conseguenza diretta dell'azione del virus, dei farmaci assunti durante la malattia o della permanenza in terapia intensiva. E sono solitamente correlati alla gravità della malattia sviluppata dal paziente. La fatigue è invece un sintomo più sfumato, dalle cause ignote, e quindi più difficile da diagnosticare e studiare in modo rigoroso e oggettivo. Al momento comunque sembra comparire con una certa frequenza anche in caso di malattia lieve o, forse, persino asintomatica.

 

"Si tratta di una sintomatologia complessa - sottolinea Rizzi - parliamo di pazienti che non presentano danni d'organo o disturbi psicologici valutabili con test o indagini strumentali, ma che continuano ad avere problemi di stanchezza gravi a settimane, anche mesi, dalla guarigione. In alcuni casi si parla di deconditioning, che sarebbe un declino della funzionalità fisica a seguito di incidenti o malattie che obbligano a un periodo di allettamento o riposo forzato. I termini sono sfuggenti, le definizioni dibattute e non univoche. Quel che è certo è che vedo ancora pazienti che a 15 mesi dalla guarigione non riescono a migliorare né con la fisioterapia né con altri approcci riabilitativi. Persone che faticano a veder riconosciuto il loro disturbo, con problemi nella sfera lavorativa e familiare, e ai quali per ora siamo costretti a dire che dovranno convivere con il problema fin che non si risolverà spontaneamente, o arriveranno novità terapeutiche in grado di aiutarli".

Le cause della fatigue, dicevamo, non sono ancora chiare. Tra le ipotesi al vaglio si trova un po' di tutto: un'attività virale residua, che però sfuggirebbe completamente alle analisi strumentali; meccanismi autoimmuni scatenati dall'infezione, anche in questo caso privi di indizi biologici; o forse un mix di queste e altre cause, varie ed eventuali. Al momento - spiega Rizzi - il consiglio è di rivolgersi a un fisioterapista o a un fisiatra, per sottoporsi a un piano di allenamento personalizzato, che in molti casi aiuta a risolvere il problema. In molti casi, ma non in tutti: a volte - lamentano alcuni malati - sembra addirittura peggiorare l'intensità dei sintomi.

 

"È molto difficile dire ai pazienti cosa possono aspettarsi in questi casi", conferma Paolo Tarsia, Direttore della Struttura Complessa di Pneumologia dell'Ospedale Niguarda di Milano. "Nella maggior parte dei casi riprendere l'attività fisica, senza spaventarsi se inizialmente può sembrare difficile, aiuta, e il problema tende a risolversi spontaneamente col passare delle settimane, o dei mesi. In una percentuale piccola di pazienti questo non avviene, e non sappiamo ancora dire quanto può durare, o se può diventare un disturbo cronico. Al momento i pazienti guariti relativamente di recente da Covid 19 sono ancora troppi per pensare di affrontare in modo specifico il problema. Ma più avanti, quando la maggior parte sarà tornata in salute e il numero di persone che continueranno a soffrire di astenia o 'fatigue' sarà ben più limitato, dovremo sicuramente attivarci per studiare come aiutare questi pazienti a ritrovare una buona qualità di vita".

Una possibilità sarebbe quella di fare affidamento sull'esperienza maturata nelle strutture che nel nostro paese si occupano della cosiddetta sindrome da fatica cronica, o Cfs (cronic fatigue sindrome), una patologia rara, che presenta sintomi sovrapponibili alla fatigue post Covid. "La Cfs è una patologia caratterizzata principalmente dall'astenia, una riduzione delle forze e della mobilità che spesso esordisce proprio in seguito a un'infezione virale", ricorda Fabrizio Conti, direttore del dipartimento di Reumatologia del Policlinico Umberto I di Roma, che da decenni studia la sindrome da fatica cronica. "Nel caso della Cfs non esistono terapie farmacologiche per aiutare i pazienti, ma si ottengono risultati attraverso programmi di attività fisica molto graduali e una pianificazione attenta delle attività quotidiane".

 

Trattandosi di una patologia molto rara, i centri con esperienza clinica nel trattamento della Cfs (come quello romano) sono pochissimi nel nostro Paese. E vista la mole di pazienti post Covid lasciataci in eredità dalla pandemia è impensabile, almeno per il momento, immaginare un loro coinvolgimento nella gestione della "Covid fatigue" su scala nazionale. "Molti di questi pazienti, comunque, sono destinati a riprendersi spontaneamente", conclude Conti. "E quando l'epidemia ci darà finalmente tregua penso che ci sarà senz'altro spazio per sfruttare il know how accumulato dagli specialisti che si occupano di Cfs anche per provare ad aiutare quei malati in cui la fatigue causata da Covid 19 non si risolve spontaneamente".